19 agosto

Al martirologio laico, delle vittime dell’ingiustizia, io opponevo a Marcuse un martirologio diverso, letterario. Qual è l’anniversario della letteratura? Qual è il giorno in cui tutti i lettori dovrebbero sospendere le loro attività, lettura inclusa, e raccogliersi in meditazione? O in preghiera? O recarsi nel luogo dove l’evento è accaduto? Certo, qui l’imbarazzo della scelta è enorme. La Russia? Da Majakoskij e dal suo primo suicidio di Stato, la Russia non è certo stata avara nel suicidare e/o fucilare e massacrare i poeti. Fino a Brodskij. Ma no, la Russia ci ha troppo abituato al peggio, e colà quasi ogni scrittore è un martire. E un testimone. Come Anna Achmatova, in fila in un mesto corteo di supplici, fuori dalla prigione del figlio.

Perché i Russi non si sono messi a urlare, come i Baschi: Bajo los muros de las prisones?

Qual è l’anniversario, dunque? L’Unesco lo ha sancito: il 21 marzo è La Giornata mondiale della poesia. A parte l’uso del termine giornata, che, come per la giornata della Memoria, indicherebbe una durata maggiore rispetto a quella di un semplice giorno, e ricorderebbe la giornata lavorativa, quindi un impegno, un lavoro, ancora un dovere; il 21 di marzo è stato scelto per ragioni astronomiche, senza scontentare nessuno. Il Sole non può stare sul cazzo a nessuno, giusto?

All’Unesco sarebbero volati altro che stivali se, poniamo, qualcuno avesse proposto Dante o Shakespeare o Cervantes o De Sade. Ogni nazione giù a rivendicare di essere la culla della letteratura e della poesia. Non si mettono d’accordo sui gas serra, figuriamoci se si mettono d’accordo sul simbolo.

Se l’Unesco avesse avuto le palle, la data c’era già, coglioni! Il 23 aprile, giorno di una simmetria e specularità letterarie perfette. Data di morte sia di William che di Miguel. E nello stesso anno: 1616! Ma – dico io: – Si saranno mica messi d’accordo, neh? No, perché i due pilastri della letteratura europea moderna vanno a morire lo steso giorno, lo stesso anno. Non è strano? A che ora sono morti? Io spenderei meglio i soldi dell’Unesco e incaricherei una commissione d’inchiesta di eruditi per accertare l’ora e, se possibile, il minuto esatto del decesso dei due grandi scrittori e poeti. E chi lo dice che non scopriremmo qualcosa di inquietante, che neppure Borges? E se fossero stati la medesima persona? Ah, coglioni, non ci avevate pensato laggiù all’Unesco, eh!

Vada per il 23 aprile. C’è una ragione in più. A Barcellona esiste da tempo immemorabile la festa di San Jordi, la festa delle rose e dei libri. Gli uomini regalano una rosa, le donne un libro. In una parola, la civiltà. Che ci voleva, c’era già la festa! E facciamoli contenti i Catalani una volta tanto, hanno buscato così tanto, meno dei Baschi, beninteso, ma hanno pagato a Franco un conto salatissimo. E adesso gli imprigionano i ministri.

Ma no. Non scherziamo. Però restiamo in Spagna. Sì. È qui che si è consumato l’evento più oltraggioso della storia della letteratura mondiale. E, se esiste una letteratura galattica, l’evento più oltraggioso di tutta la letteratura di tutta la Galassia.

Ma no. Ho un ripensamento.

Il luogo: Amsterdam.

La data: sconosciuta (febbraio-marzo 1945).

Sto chiaramente parlando di Anna Frank. La letteratura, mondiale e galattica, muore con questa scrittrice poco più che adolescente. Cha cazzo hai da dire dopo Anna Frank? Ho trovato proprio ieri una testimonianza che ti fa accapponare la pelle. Grazie ad una giornalista scrittrice italiana, Annalena Benini[1]. Annalena Benini riporta la testimonianza di Miep Gies, «la donna che ha salvato il diario di Anne Frank, e che per due anni ha portato cibo, vestiti e parole alla sua famiglia nascosta nella soffitta di Amsterdam. Un pomeriggio di luglio, Miep era entrata nell’alloggio segreto per una visita inaspettata e si era trovata Anne davanti, che scriveva seduta al tavolino della cucina (aveva lottato per quel tavolo, per avere diritto ad un turno più lungo, perché stava scrivendo il suo diario, il suo libro): «Aveva un atteggiamento di grave e profonda concentrazione, come se stesse soffrendo di un mal di testa lancinante. Il suo sguardo mi trafisse e io rimasi senza parole. Improvvisamente, quella che stava scrivendo era un’altra persona.»

Commenta, benissimo, Annalena Benini: «Quella donna affezionata e gentile credeva di incontrare Anne Frank, una ragazzina ebrea di quasi quindici anni che cresceva dentro i vestiti e non stava mai zitta, invece aveva visto una scrittrice, aliena, un’altra persona, forse nemmeno una persona.»

Domanda: perché l’Accademia di Svezia non ha assegnato, postumo in via eccezionale, il premio Nobel, garantito dai soldi dell’invenzione della dinamite, a Anna Frank?

Anna Frank la ricordiamo tutti. Chi non la ricorda è morto dentro.

Torniamo in Spagna, più a sud.

A Viznar.

È il 19 agosto.

Non so perché, ma la guerra civile spagnola mi ha fatto sempre piangere. Non ho parenti spagnoli, io sono francese, non ho antenati che hanno combattuto né per il fronte della Repubblica legittima né per i fascisti. Come molti, ho visto al Prado questa tela dilatata per la lunghezza, Guernica. Dopo Guernica facciamo ancora le guerre? Ancora bombardiamo?

Ma Guernica sta a nord, e noi andiamo a sud. Andiamo in Andalusia.

Questi sgherri fascisti che trascinano all’alba un poeta in un uliveto, lo deridono e lo umiliano, lo chiamano marricone.

Ora, sia detto subito: A las cinco de la tarde è la poesia più bella del novecento. Perché fonde insieme ciò che il novecento ha disgiunto: l’amore (sessuale, non importa il prefisso) e l’eroismo.

Ora, un pianista, un pittore, un poeta che canta i gelsomini con il loro piccolo bianco e i vagabondi gitani, trattato come un assassino, all’alba. In un oliveto.

I lettori, i letterati, i poeti, dovrebbero rimettere la sveglia, tutti, alzarsi all’alba del 19 agosto, orientarsi verso occidente, visto che Andalusia sta in fondo all’occaso, e mettersi accanto a Federico e stargli vicino, e beccarsi gli insulti degli sgherri e le pallottole… Federico ti sta vicino, lo so per certo.

Vigliacchi.

Ogni volta che ci penso mi viene da piangere. Davvero. Vaffanculo. Cazzo. Vaffanculo.

Unesco: Vaffanculo.

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[1] Annalena Benini, La scrittura o la vita.

Questa notte ho sognato mio padre

Questa notte ho sognato Burlasconi, ed era mio padre.[1]

Mi rivolgevo a lui, consapevole che le mie osservazioni critiche sarebbero state accolte non con la consueta ferocia pubblica, ma con la benevolenza domestica del saggio padre che accoglie l’intelligenza, anche se un po’ troppo esuberante e idealista, del figlio.

Dicevo a mio padre Burlasconi che sbagliava ad apparire così incazzato in televisione, a mostrare tutto quell’astio verso i magistrati e i giornalisti, perché ciò contrastava con l’immagine di simpatia e di buon umore che era stata – nel sogno, ma anche probabilmente nella realtà – la ricetta segreta del suo approdare e mantenersi al potere.

Mio padre Burlasconi mi seguiva, non era d’accordo, però notavo in lui un sincero interessamento, solo a tratti condiscendente, per ciò che gli andavo dicendo.

Poi mi venne in mente un’altra cosa, e gli dissi che doveva apparire ben strano quel suo tuonare biblico contro le toghe rosse e i comunisti, come se lui fosse la vittima di un’epurazione, o di una deportazione in Siberia, e non l’uomo che, proprio in questo sistema infestato, aveva accumulato la fortuna più ingente in Italia dall’epoca, forse, degli antichi imperatori romani. Un acuto osservatore avrebbe potuto scorgere il trucco, avrebbe agevolmente potuto vedere, dietro quella apparenza, la verità: che le continue invettive contro i suoi aguzzini celavano nella sostanza un accordo di spartizione del potere, in cui tutti i potenziali, e reali, avversari politici erano stati comprati (come giocatori di calcio) e messi a tacere, e che quel suo sbraitare era una tecnica illusionistica per far scomparire la realtà (l’accordo sottobanco, la corruzione sistemica) e far apparire all’opinione pubblica l’urto di un grande scontro, di una vera lotta democratica per conquistare il consenso degli elettori.

Dissi quindi a mio padre Burlasconi che sarebbe stato anche per questa più sottile, ma lucidissima ragione opportuno che lui la finisse una volta per tutte, e prima che fosse troppo tardi, con quel modus operandi.

Non ci fu risposta, lui si alzò dalla poltrona, io ebbi la sensazione di aver toccato un tasto che non avrei dovuto toccare con mio padre Burlasconi, di essermi spinto più in là di quanto fosse lecito fare ad un figlio, sentii che qualcosa tra me e lui si era rotto irrimediabilmente, la smorfia con la quale mi accennò ad un saluto era, se ci ripenso bene, non di offesa per sé, ma di dolore per me, per la sofferenza che a causa della mia intelligenza avrei provato d’ora in poi, e per sempre.

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[1] Questo sogno, secretato per lunghi anni, può ora essere desecretato, ora che la Burla, l’Urlo e la Burrasca contenuti nel cognome di mio padre sono svaniti, portati via dalle Urne.

 

 

 

I primi cattolici

Lo incontro all’angolo, incede nella mattina gelida appoggiandosi ad un bastone, saluta un passante con il suo tono gioviale, con quella cadenza napoletana e musicale, accenna a qualche acciacco alle gambe, ma come ad una cosa di pochissimo conto, nulla che possa intaccare la sua incrollabile fiducia nella vita.

Lo spirito positivo di questi cattolici, che si riuniscono in piccole comunità e seguono una liturgia quotidiana, è di una tempra ancora più resistente dello spirito positivo che ridonda dall’Oriente. Non c’è tanto l’imperturbabilità, quanto un tenace attaccamento alla vita, tenuto saldamente insieme da una colla speciale, che si chiama speranza, inattaccabile dal freddo gelido del mattino di febbraio come dagli acciacchi dell’età. E questa speranza mi sembra stamattina che tragga la sua forza da una promessa ricevuta nell’infanzia, nell’età dell’innocenza, e che perdura intatta, custodita negli anni e nei decenni, in questi primi cattolici del terzo millennio, forse meno intelligenti di altri, forse meno critici, meno coraggiosi.

La promessa diceva: – Qualunque cosa ti accada nella vita, sappi che Qualcuno ti verrà sempre in soccorso, e questo qualcuno si chiama Gesù. Questa promessa resta valida, intatta, fresca (nonostante le continue smentite che la vita eroga come un generoso bancomat della sciagura), come è fresca l’aria di questa mattina, e determinata a svolgersi nel futuro, quale che esso sia, nella direzione che prende Antonio stamattina mentre all’angolo di strada mi saluta gioviale, con la sua melodiosa cadenza napoletana.

Buonanotte, senatori. Il dolore fantasma e la morte delle lingue (morte)

Noto un fenomeno che sta dilagando. L’elogio delle lingue morte. Da un anno a questa parte gli scaffali delle librerie, delle poche rimaste, ma anche quelli dei capannoni denominati supermercati, hanno ospitato, accanto alle pile dei bestsellers più patinati, anche libri che, elogiando lingue morte, non sono in odore di mass market.

Un fenomeno bizzarro, che desta un certo interesse. In me anche una certa apprensione. Le lingue morte si stanno sgretolando come roccia basaltica sotto le intemperie del secolo brevissimo.

Si è cominciato con il titolo Viva il latino di Nicola Gardini[1]. Viva il latinoUn libro che si è guadagnato pure un posticino nella classifica dei libri più venduti.

È seguito il libro La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco, sulla bellezza del greco antico. Anche qui ingresso in classifica.

Da ultimo il libro Ama l’italiano. Cosa perdiamo se perdiamo l’italiano.

In questa apologetica, genere letterario che come religioso frequento assiduamente, si nasconde un epicedio. C’è l’elogio funebre di un morto. Il morto non sono le lingue, già dichiarate tali statutariamente, per quello che concerne il greco antico ed il latino, ma la trasmissione di esse. Qui sta il cadavere. Non è, mi domando e vi domando, strano che nel momento in cui si abbandonano a se stessi gli studi cosiddetti classici, zampillino fuori questi testi che oscillano tra l’inno (viva, geniale, amare, ecc.) e il disperato senso della perdita? La circostanza che gli autori di questi testi non siano solo addetti ai lavori, come Nicola Gardini, ma anche dilettanti, come dichiaratamente e filologicamente si autoproclama Andrea Marcolongo, sta a segnalare che somma è la perdita, e che non concerne solo la turris eburnea. Il plauso di un non piccolo pubblico certifica la vastità del lutto.

Siamo davanti ad un’antinomia. Per cercare di scioglierla ci può venire in soccorso Marshall McLuhan, il celebre ermeneuta statunitense. Nel saggio Guerra e pace nel villaggio globale[2] McLuhan dice una cosa molto semplice: la comparsa di un nuovo ambiente tecnologico genera dolore, perché impone, in termini sensoriali, un adattamento ad un sistema più oneroso del precedente. Guerra e pace nel villaggio globaleMa genera anche un dolore secondario, un dolore fantasma, quello collegato alla perdita dell’ambiente precedente (nel nostro caso, che coincide con l’esempio fatto da McLuhan, è l’ambiente fonetico-alfabetico sorto nella Grecia del V secolo a.C. e che, fino ad oggi, o a ieri -stando alla lucida profezia/diagnosi dell’autore, che ha detto queste cose cinquant’anni fa – ha connotato ciò che convenzionalmente intendiamo quando parliamo di cultura occidentale). Il dolore fantasma è quello nettamente percepito da alcuni pazienti e localizzato in un arto amputato. I libri che elogiano le lingue morte sarebbero dunque degli anestetici per alleviare il dolore fantasma dell’amputazione linguistica.[3]

Ma veniamo all’Italiano, la cui esistenza in vita dovrebbe essere fuori discussione. Qui non dovremmo provare alcun dolore fantasma.

E invece no.

Presto non si conoscerà più la differenza tra stallone, stalliere e stallatico. Forse rimarrà soltanto un vago riecheggiamento di un celebre attore americano.

Presto non distingueremo più tra governatrice e governante. Tra governare e rigovernare, intesa, quest’ultima locuzione, non come equivalente di doppio mandato. Qualche governatrice avrebbe fatto meglio a fare la governante, o viceversa, data la veniente equipollenza semantica, con beneficio dell’intero governatorato, o dell’intiera rigovernatura, fa lo stesso.

Presto molti penseranno che una litote sia una litigata colossale, una maxi rissa fuori dalla discoteca. I prolegomeni saranno presto scambiati per un particolare tipo biologico di legumi. E presto sarà difficile convincere che introiettare non stia a significare il comportamento un po’ troppo disinibito di qualche ragazzetta.

Saper distinguere, per esempio, la differenza che corre tra avversario ed avversatore, queste sottili sfumature che rendono la lingua un patrimonio inestimabile.

Non voglio vivere in un’Italia che non conosce più il significato di una parola come guiderdone.

Le parole che non usiamo più sono fantasmi che ci arrecano dolore.

Che peccato. Poi arriverà per davvero il momento di svanire, di sgretolarci noi come roccia basaltica, e, ve lo dice uno che già ci è passato, saremo sul punto di svanire quando parole come premessa e promessa perderanno il loro tratto distintivo e sembreranno voler significare una stessa cosa, come la medesima cosa significheranno ormai verbi come scoraggiare e scoreggiare, ma non ci sarà più il tempo né per scoraggiarsi né, forse, per emettere un ultimo peto, non sarà più il tempo delle promesse e tutta la vita sarà stata soltanto una lunga, breve premessa senza svolgimento.

Se saremo fortunati avremo l’ultimo flatus vocis per salutare:

– Buonanotte, senatori.

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[1] Nicola Gardini, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile. Secondo l’autore una delle più belle parole della lingua latina, che ne ha moltissime di belle, è la parola umbra, ombra. Nella fonetica di questa parola si racchiude un’essenza semantica. La u iniziale sancisce e indica un che di buio, di notturno, il lato oscuro. Ma poi questa parola si mette faticosamente in cammino e attraverso un accidentato sentiero di labiali, emme e bi, arriva sulla cresta aguzza della rotativa erre, per guadagnarsi, al finale, la dispiegata luce della a. L’ombra tende alla luce. Che bello. Viva i filologi! Non sarà allora un caso, aggiungo io, se uno dei versi più belli della poesia latina contiene la parola umbra, seppure declinata al plurale. «Maioresque cadunt altis de montibus umbrae.» È Publio Virgilio Marone che lo scrive, nella prima Ecloga delle Bucoliche. Sta per scendere la notte. C’è un congedo, due destini si separano. Il fortunato vecchio dice al più giovane: «Dove vai a quest’ora? Aspetta, ti posso offrire un riparo per la notte, qui non mancano latte e castagne. E più lunghe dall’alto dei monti scendono le ombre.» Al di là di ogni rilievo morale, c’è qui la potenza visionaria di un’immagine. Sapete, quell’attimo transeunte in cui le ombre si allungano. Quelle di noi umani e quelle delle montagne. Gigantesche. Virgilio è più visionario di David Lynch.

[2] Marshall McLuhan e Quentin Fiore, Guerra e pace nel villaggio globale (tit. or. War and Peace in the Gloabal Village, 1968), Apogeo, 1995, trad. it. Tony Stanley. Si tratta di un libro già ipertestuale, pubblicato cinquant’anni fa esatti, con moltissime didascalie in margine, principalmente tratte da Finnegans Wake di James Joyce, e molte illustrazioni nel testo, foto, vignette, disegni, pubblicità. Ha la veste di una fanzine, molto artigianale, in realtà siamo in presenza di un libro d’artista. Libro fuori catalogo e rarissimo. Noto che il nome proprio dell’autore, forse uno dei filosofi che, accanto a Günther Anders, ha meglio argomentato le istanze pacifiste nel secolo scorso, sia meravigliosamente perfetto. Ce ne fossero, di marescialli come lui! Mi metterei subito sull’attenti!

[3] Il dolore fantasma si ha anche allorquando un paziente richiede l’amputazione di un arto sano, ma che gli provoca un dolore insopportabile. È a dir poco stupefacente che, fino a quando, recentemente, le acquisizioni neuroscientifiche non hanno dimostrato che la richiesta di amputazione di un arto sano ma dolente da parte di un paziente è la conseguenza di un tilt neurologico (per semplificare), la medicina e la psichiatria hanno ricondotto il fenomeno a una forma di psicosi. Peccato si trattasse di persone per tutti gli altri versi perfettamente sane di mente e lucide. Che bell’imbroglio! Per portare a conclusione il ragionamento, avvertendo il dolore per la scomparsa delle lingue che non ci sono più (arti amputati) saremmo tutti, o saremmo stati, almeno quelli che lo provano, matti.

Elogio dei libri proibiti

Caro Stepor, accetto di buon grado il suo invito a collaborare a L’errore di Kafka. Essendo morto oltre trecento anni fa, ho la memoria lunga. Nelle mie notti insonni leggo, e solo quando non ce la faccio più a trattenermi, prendo il mio taccuino e vergo qualche annotazione. Riconosco che l’irritazione è la principale molla della mia rapsodica scrittura. Visto che lei ha chiuso la libreria, penso di farle cosa gradita rispolverando una noterella che scrissi a margine di un servizio apparso, alcuni anni orsono, in un noto supplemento culturale[1], aduso a prender l’armi contro il mare dei non lettori, e, combattendo, disperderli.

Si trattava di un benintenzionato trafiletto, dal titolo Come promuovere la lettura in Italia (occhiello: La scommessa). Ecco le mie annotazioni, che trascrivo senza revisione.

Si rende noto che si è insediato il comitato scientifico del Centro per il libro e la lettura di Roma. Il comitato, presieduto da Arnaldo Colasanti, scrittore e critico letterario (cognome meraviglioso e meravigliosamente ambivalente, sia detto incidentaliter, ma essendo io un prete certe cose non mi sfuggono), e di cui fanno parte, tra gli altri, Olimpia Bartolucci, bibliotecaria (per la conferenza stato-regioni), Armando Massarenti (Il Sole 24 Ore), Marco Polillo (Aie), Paolo Ambrosini (Ali), persegue l’obiettivo di rilanciare il ruolo della lettura e del libro attorno ad alcune parole chiave: accessibilità, inclusività delle differenze, innovazione tecnologica, rigenerazione e coesione sociale, cittadinanza attiva. Detto in altri termini, perché la gente torni (sempreché lo abbia mai fatto prima) a prendere un libro in mano occorre prima realizzare la città di Dio, la società perfetta. Come prete dico: niente. Si prosegue così: «Pur considerando la statistica, la crisi del libro e della lettura non è a un punto di tramonto, ma il punto nevralgico di una formazione che si offre sempre più delocalizzata e “social”, multiculturale, iconica e globale in cui, come sappiamo, agiscono le favorevoli opportunità di un mondo iperconnesso e tecnologizzato. Su questa scommessa si gioca il lavoro del Centro per il libro e la lettura». Ricapitolando.

  1. Il libro splende ancora nel cielo, non magari allo zenith ma neppure sulla linea dell’orizzonte, state tranquilli, la notte buia senza lettura deve ancora scendere (non siamo mica al punto di tramonto!).
  2. Con claudicante rovesciamento, quella che potrebbe sembrare una crisi diviene «punto nevralgico». E di che, mio buon Dio? Di una formazione che sta al passo con i tempi, mica impartita con interrogazioni ed esami e magari scappellotti e bacchettate sulle dita, come ai miei tempi! Nooo, macché! Qui si parla di una formazione delocalizzata (!?), ovviamente «social» (si può oggi parlare di cultura senza inserire il termine social?), ovviamente multiculturale e globale, ci mancherebbe altro! Ma soprattutto che sappia cogliere le opportunità (si colgono come fiori di campo) di un mondo fatto da miliardi di computer e qualche migliaio di libri, vuoi mettere! Se con questa logica antinomica e questo linguaggio orribilmente sociologico e moderno si pensa di risollevare il destino del libro e della lettura, allora meglio che discenda il crepuscolo e poi la notte eterna. E amen.

 

Qui termina la mia irritata annotazione. Caro Stepor, l’unica via per far leggere i libri è quella di Gloria Guerra, che lei ha conosciuto. Per ella letto in quanto mobile di legno o di ferro e letto in quanto participio passato del verbo leggere, coincidono. Andarci a letto insieme e andarci a leggere insieme sono la stessa, identica e medesima cosa. Fare l’amore e leggere convergono verso un medesimo orgasmo. Gloria Guerra si concede, se si concede, solo a chi le sa recitare in lingua originale, nella mia amata lingua, almeno tre Fiori del Male. Con due non si sbottona neppure la camicetta.

Quanto alla mia personale esperienza, caro Stepor, e consapevole della mia posizione inattuale ed antimoderna, resto dell’avviso che la lettura debba essere proibita. Solo così si invoglia a leggere, solo così si seminano, forse, le menti fertili. Il primo libro che lessi da solo, di cui, anzi, mi limitai a guardare avidamente le figure, fu l’opuscolo di educazione sessuale dei miei fratelli maggiori, scovato negli interminabili pomeriggi estivi in uno scatolone in cantina, dove probabilmente era stato occultato dalla Madre per sottrarlo agli sguardi ancora precoci dell’ultimo genito. Un libro proibito, dunque! Grazie, Madre, ripeto sulla tomba della defunta genitrice ogniqualvolta, e cioè una volta all’anno, mi reco ad accendere un lume e a recitare Requiem aeternam per tre volte. Grazie per avermi introdotto cosiffattamente, così sottilmente, alla lettura!

 

Post scriptum. Mi saprebbe dire che fine ha fatto il Centro per il libro e la lettura? Prende ancora soldi da qualche dipartimento ministeriale? L’indiscutibile utilità di tale Ente ha colto le molte opportunità in fiore?

 

[1] Il Sole 24 Ore di Domenica 19 aprile 2015.