Recanati

[Recanati, martedì 19 – mercoledì 20 agosto 2008]

Non poteva che nascere per caso l’idea di fermarsi la notte a Recanati e visitare l’indomani la casa museo di Giacomo Leopardi.

E non tanto perché i poeti come Leopardi non hanno una casa sola, ma moltissime case, quanti sono gli scaffali delle case, delle biblioteche e delle librerie dove i Canti e Lo zibaldone sono custoditi.

A trattenermi è una sorta di pudore, di rispetto, che mi impedisce di localizzare troppo il pensiero e la poesia di un uomo la cui dimensione travalica i limiti stretti di questi colli che dagli Appennini digradano verso il mare Adriatico.

Non si può fare di Giacomo Leopardi un santino delle bellezze dell’Italia minore dei borghi, e non solo perché sul suo borgo natio Giacomo abbia affilato i suoi strali più acuti e velenosi.

Noi che frequentiamo l’area dei Monti Sibillini siamo a poche decina di chilometri da Recanati. Ma non ci è mai capitato di fare una gita fin lì, sia perché trovandosi così vicino non c’è nessuna fretta di andarci sia, soprattutto, perché andare in pellegrinaggio a Recanati è un po’ fare un torto a Giacomo, perpetuare la condanna a marcire in quella prigione, entro quella gente zotica e vil, e impedirgli di ritornare al suo volo libero, di liberare al vuoto il suo destino, consentendogli «più intimi voli», come scrive Rilke.

*

Solo con questa premessa necessaria posso adesso dire che l’idea di passare la notte a Recanati è nata in spiaggia, è stata un’idea residuale in un certo senso, non sapevamo dove andare a dormire, gli alberghi del litorale da Porto Recanati a Numana erano tutti pieni. Abbiamo passato la giornata in un arenile (si dice così?), dove la signora che gestiva lettini e ombrelloni ci ha offerto un pezzo di «oasi» davanti al bagnasciuga, con tanto di «pagoda», il tutto a 20 euro. C’era, si respirava un’aria un po’ fognesca, abbiamo pranzato al ristorante squallidissimo, un capannone di cemento sopra alla cabine, c’era solo la cameriera brasiliana che era gentile e spiritosa, non si dimenticherà facilmente il mare dietro quella vetrata unta e bisunta.

*

Una ragazza molto scortese, severissima nell’esporre le due opzioni (o solo visita alla mostra o questa + la visita alla biblioteca), ci rilascia i biglietti per entrare. Per strada avevo notata una ragazza che portava il cane al guinzaglio. Ho pensato a Giacomo, chissà magari è capitato anche a lui di vedere per questa strada una mattina una ragazza con il cane, Leopardi lo vedo come dilaniato tra due passioni, quella per lo studio e quella per l’amore, quella erotica, ma detto così suona banale, la sua passione per lo studio possiede qualcosa, un movente erotico e ludico, basta vedere le prime pubblicazioncine fatte, ancora bambini, con il fratello Carlo e la sorella Paolina.

Entrando nell’adolescenza entra nella depressione. Ha divorato gran parte dei diecimila volumi della biblioteca paterna, ha attuato il mandato paterno, ma infrangendolo perché portandolo oltre la dimensione erudita che ne costituisce il fondamento e l’invalicabile limite.

Il giovane Leopardi ha con genio e passione coltivato il lato paterno (troppo psicanalitico?), rinchiudendosi nella biblioteca del padre ha eseguito il dovere fino in fondo, al termine del quale però non c’è ricompensa, non c’è l’entrata nel mondo degli uomini, non c’è l’uccisione del padre.

C’è la constatazione dell’inutilità sociale dello studio.

Una targa rammenta un’annotazione dallo Zibaldone, che più o meno è anche un tributo al padre. Fu costituita dal conte Monaldo Leopardi una ingente biblioteca, ed un’insegna accanto al portone annunciava che era aperta a tutti i cittadini. Chi vi entrò? Nessuno mai, è il commento lapidario di Giacomo.

C’è un sentirsi in trappola, un sentimento di tradimento. Giacomo si è addestrato con le armi (i libri) di cui il padre lo aveva dotato, ma l’addestramento non era quello adatto alla vita e all’amore. Forse doveva, Monaldo, fargli fare sport, ginnastica correttiva, mandarlo a cavallo, e portarlo a sedici anni in un bordello di Ancona…

Si potrebbe scrivere un’opera in molti volumi per raccontare l’odio che i più grandi scrittori, da Dante a Leopardi a Stendhal e Joyce, hanno nutrito verso la loro città di origine, piccola o grande che fosse. Il natio borgo selvaggio. [1]

Uscendo dalla visita, S. dice: – Questa città vive sulle spalle curve di Leopardi. (S. fa spesso osservazioni laterali, che però colgono qualcosa, ricordo la risata per la parlata siciliana dell’audio-guida a Buchenwald).

Ci siamo diretti verso l’ «ermo colle» e la siepe dell’infinito. S. mi ha solennemente pregato di non declamare l’idillio. Cosa che non avrei fatto. Però ha ragione, il turismo di massa va a ficcanasare senza rispetto nei luoghi anche più intimi della vita delle star. Ed eccoci alla società dello spettacolo.

C’erano gruppetti di famiglie, amici, ecc. a farsi la foto[2] sul luogo. Tutti esperti conoscitori e studiosi di Leopardi? Non credo proprio. Si va a fare pellegrinaggio da Leopardi, come da Padre Pio. Al frate si chiede il miracolo, la guarigione, ecc. A Leopardi cosa chiedono? Si viene a Recanati a rendere sostanzialmente omaggio all’enorme carico di infelicità e dolore esistenziale che ha saputo sostenere o registrare nella sua scrittura, nella sua poesia, a condizione che non ricada sul visitatore e i suoi stretti congiunti.  A Leopardi, al Padre Pio della mestizia, del dolore del mondo, al genietto infelice[3], chiedono protezione dall’infelicità, celebrando un rito apotropaico. In fondo non si va forse al cimitero per constatare che siamo ancora vivi e per ribadire che i morti seppelliscano i morti?

Ma sulla «beatificazione» di Giacomo Leopardi pende un’altra pesante ipoteca: il palazzo è ancora abitato dai discendenti Leopardi, i quali però hanno modificato il loro titolo nobiliare, ed ora, come appare bene in evidenza sul portone del palazzo, si chiamano i Conti Leopardi di san Leopardo.

Eccolo il santo di famiglia! Ma non era Giacomo? No, probabilmente una ricerca araldica ha appurato l’esistenza di un antenato in epoca paleo cristiana, forse un anacoreta del deserto o un proto martire.

Ecco quindi che l’atmosfera di chiesa e del pretume comincia ad aleggiare attorno alla memoria e al nome di G. Leopardi. Che sia una scusa postuma della famiglia, del casato Leopardi per quell’antenato grande poeta sì, però purtroppo ateo?

*

Lungo la strada che dalla riviera sale verso Recanati ci sono varie insegne pubblicitarie. Una di esse reclamizza un sexy shop di Ancona, il più grande della regione, annuncia il tabellone. Avrà mai avuto Giacomo la tentazione di andare in un bordello ad Ancona?


[1] Per Leopardi «selvaggio» indica soprattutto l’aspetto villico, villano, rurale, in contrapposizione a civile, urbano, ecc., ma in «selvaggio» residua anche una valenza morale, intendendo malvagio, vile, unicamente dedito al denaro, alla bigotteria, all’ipocrisia, ecc. ecc. Era lungi ancora dall’emergere il significato hippy alla Thoreau, che oggi è la semantica prevalente di «selvaggio». Scrive Stendhal a proposito di Milano: «Questa città divenne per me il più bel luogo della terra. Non sento affatto il fascino per la mia patria, ho per il luogo dove sono nato una ripugnanza che arriva fino al disgusto fisico (il mal di mare)» (Vita di Henry Brulard, XLVII).

[2] Oggi, ten years later, si direbbe selfie. C’erano già i selfie nel 2008?

[3] Nessuno lo aveva ancora chiamato giovane favoloso, il film omonimo è uscito sei anni dopo la stesura di questo articolo.

La speranza, un mostro tricìpite

Rodolfo Fiesoli, il fondatore della comunità «Il Forteto» di Vicchio, nei pressi di Firenze, è l’anello finora mancante nella luminosa strada verso la speranza.

La sua definitiva condanna a quattordici anni di carcere (ma ne ha settantasei, presto verrà messo ai domiciliari) per «abusi psicologici e di natura sessuale nei confronti di minori e disabili dati loro in affidamento dal Tribunale dei minori», verso cioè giovani persone in difficoltà affidate alla sua tutela, protezione e cura, potrebbe gettarci nella più tenebrosa disperazione, ma così non è.

Conformemente e coerentemente ai dettami illuministici noi, che abbiamo subito la molesta invadenza dell’educazione cattolica nella nostra sfera intima, abbiamo deciso di affidare i nostri figli problematici a dei laici, figure rassicuranti, ispirate dagli insegnamenti di don Milani, a persone sessualmente risolte (sempreché una tale espressione abbia un qualche significato) perché non votate per sacramento all’astinenza sessuale, e ce li ritroviamo, invece, più perversi e maniaci dei preti pedofili.

Una sconfitta più clamorosa di questa della pedagogia libertaria non poteva darsi.

All’eclissi della pedagogia cattolica, intrappolata nella propria rimozione sessuale come un cardellino chiuso in una gabbia con il gatto, abbiamo pensato fiduciosamente di intravvedere, in figure di pedagoghi progressisti, rivoluzionari, contestatari del sistema dominante, alternativi, ecologisti, a chilometro zero, friendly, umili, ecc. la via finalmente liberata verso un’educazione pienamente umanistica.

Con Rodolfo Fiesoli questa ingente investitura di speranza crolla, e questo ci lascia senza più speranze.

Che i preti abusino sessualmente dei minori affidati alle loro cure è quasi inscritto nel codice genetico della loro affiliazione.

Ma che lo facciano persone che possono liberamente disporre della propria sessualità, anzi, persone che dell’abbattimento dei tabù sessuali fanno il proprio credo, questo lascia pietrificati.

In primo luogo perché ci costringe obtorto collo a dare ragione a Freud, quando dice che nessuno può disporre liberamente della propria sessualità. E questo torto teorico che ci fa Rodolfo Fiesoli è già sufficiente a dannarlo in eterno ai nostri occhi post freudiani.

Violare la fiducia è il più grave vulnus che si possa infliggere alla comunità.

Rubare, rapinare, stuprare, uccidere sono cose gravissime, ma non così gravi se a perpetrarle e ad infliggerle è un estraneo.

Se invece a commettere cose anche meno orribili è qualcuno al quale sono state affidate persone bisognose di cure perché non in grado di provvedere autonomamente a se stesse (minori, malati di mente, anziani, tossicodipendenti, ecc.), il delitto si macchia di un sudiciume incomparabilmente più odioso.

Un mafioso delinque e proclama al mondo di farlo. È un delinquente, certo, ma che non rovina la fiducia nel bene e nella giustizia.

Un prete che delinque proclamando di agire nel volere di dio e di santa romana chiesa compie una cosa ignominiosa, ma rompe solo il giuramento verso dio e verso la comunità dei fedeli, che, grazie a dio, non è la comunità generale.

Un laico che delinque compie un delitto molto, molto più abominevole del mafioso e del prete.

Poche settimane fa (questo articolo è stato scritto il 25 dicembre 2017, ndr) è morto in carcere Totò Riina, il capo dei capi. Per molti il male assoluto.

Non è così.

Il male assoluto, ammesso che un male possa essere assoluto, il male essendo per sua natura contingente, stupido, volgare, meschino, fraudolento, piccolo, disonorevole, deficitario, insulso, rozzo, minimo, futile, bastardo, puzzolente, inglorioso, opaco, il male relativo è Rodolfo Fiesoli.

Egli si è nascosto molto astutamente dietro l’immagine del benefattore e del profeta laico. Il demonio è astuto, questa intuizione dei preti bisogna tenerla a mente, anche perché loro se ne intendono.

Eppure dobbiamo essere grati a Rodolfo Fiesoli, tutti tranne i ragazzini e le ragazzine che ne hanno subito la lurida violenza. Loro devono essere risarciti, e risarciti tre volte e da tre soggetti distinti. Dal responsabile diretto; dallo Stato, che ha la culpa in vigilando; e dall’intera comunità progressista e laica che ha una responsabilità intellettuale e morale.

Dobbiamo essere grati a Rodolfo Fiesoli perché ci aiuta ad abbattere l’ultima ideologia che restava in piedi, dopo il crollo – benedetto – di ogni ideologia.

Rodolfo Fiesoli ha dato la spallata definitiva alla sacralità della dottrina pedagogica progressista. Con lui tramonta la possibilità di ogni fede.

Resta l’individuo, il singolo, con il suo carico di responsabilità.

un estraneo tricìpite

Cazzo, ci siamo arrivati, era ora! Non c’è nessuna chiesa, nessuna fede, nessun credo laico che ci salva.

La salvezza non esiste. Esistono solo quei ragazzini e quelle ragazzine in difficoltà ai quali non possiamo e non dobbiamo promettere niente. Ai quali dobbiamo solo dire che il male che loro subiscono non viene da qualcuno che li ama, ma è inferto da un estraneo tricipite che si è infiltrato nelle loro vite.

Pietrificare le ombre?

Ho tra le mani la prima edizione di Rayuela di Julio Cortázar, uscita a Buenos Aires nel 1963 per i tipi di Editorial Sudamericana. Il colophon, in maiuscoletto, recita: Se terminó de imprimir el día ventiocho de junio del año mil novecientos sesenta y tres en los talleres gráficos de la compañia impresora argentina. S.a., Calle Alesina 2049 – Buenos Aires.»

Acquistai quest’esemplare nel 2005, il 25 aprile per l’esattezza, ad una mostra mercato del libro antico e raro a Foligno.

L’esemplare presenta vari timbri di proprietà, a cominciare dal frontespizio: PROPRIETÁ DI FLAVIAROSA ROSSINI NICOLETTI E GIANNI NICOLETTI.

Rayuela frontespizio

Flaviarosa Rossini Nicoletti è stata la traduttrice italiana, per la casa editrice Einaudi, de Il gioco del mondo (Rayuela), uscito in Italia nel 1969, nonché di altre opere di Cortázar.

L’esemplare che ho in mano è quello sul quale Flaviarosa Nicoletti Rossini ha condotto la traduzione. Ciò si evince inequivocabilmente dalle annotazioni a matita e dai segni a pennarello rosso e blu presenti sul celebre TABLERO DE DIRECCIÓN (TAVOLA D’ORIENTAMENTO)[1]. Come si può vedere dall’immagine che riproduco, sul margine destro della tavola la traduttrice annota a biro blu, con sottolineatura a pennarello rosso, gli invii progressivi della traduzione alla casa editrice. 100 spedito, 200 spedito, e così via, fino a 500 (il libro conta in toto 635 pagine).

Rayuela Tavola

È da presumere che ogni centinaio di pagine tradotte Flaviarosa Rossini Nicoletti facesse un plico e andasse alla posta.

Il 28 maggio 1969 Julio Cortázar scrive da Parigi ad Italo Calvino. Nella lettera l’autore di Rayuela menziona espressamente la traduttrice Flaviarosa Nicoletti Rossini.[2]

Come ho detto, l’esemplare che ho in mano lo acquistai nel 2005. Flaviariosa Nicoletti Rossini è deceduta nel 1982, due anni prima di Julio Cortázar. Il consorte della traduttrice, Gianni Nicoletti, comproprietario dell’esemplare, è mancato nel 2007. Nel 2005 Gianni Nicoletti, sopravvissuto alla moglie, aveva 81 anni (era nato nel 1924). È probabile che l’anziano studioso di Sade, Rimbaud e Baudelaire abbia ceduto, in parte o in tutto, la biblioteca comune prima della sua morte, e comunque prima del 2005. Non c’erano eredi, forse, o, se c’erano, come spesso accade, non erano interessati a custodire e a perpetuare la biblioteca. Si era trasferito in una casa più piccola, chissà, o forse lo hanno portato in una casa di riposo.

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La prima annotazione a matita è a pagina 16. Flaviarosa appunta il significato dell’espressione gergale «pensando en pájaros pintos» (alla lettera, pensando agli uccelli variopinti), equivalente a «distraída», o a «pensar en las musarañas» (alla lettera, pensare ai toporagni). Nella traduzione Einaudi diventerà «[la gente] sempre con la testa per aria».

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C’è poi il disegnino di un doppio cucchiaio da the, del «cucchiaio-trappola», e l’annotazione in inglese: tea. You shut the double spoon and put it in the cup (p. 19); c’è la sottolineatura della parola «patafísica» e l’annotazione a margine Alfred Jarry (p. 20); c’è la sottolineatura dell’espressione «restaurante bacán», e l’annotazione a margine elegante, caro; c’è la sottolineatura dell’espressione «parcelación Tupac-Amaru» e l’annotazione a piè pagina jefe inca que los españoles ejecutaron descuartizándolo en 4 caballos. Metaforicamente Ol. se siente tironeado por todos lados (capo inca, che gli spagnoli giustiziarono squartandolo con 4 cavalli. Metaforicamente Oliveira si sente tirato da ogni lato, p. 32); c’è la sottolineatura del qualificativo «sirio» e l’annotazione Jesus (nel testo Einaudi diventa «il nazareno»); c’è, saltandone altre, la sottolineatura del verbo «descomer»[3], e l’annotazione defecar (p. 51); e la sottolineatura «el de Duino», e l’annotazione Rilke (sempre p. 51). Un malizioso filologo potrebbe baloccarsi non poco nella vicinanza di due annotazioni così concettualmente distanti come «defecar» e «Rilke». Un lettore distratto penserebbe solo che Rilke deve andare al gabinetto.

Annotazione_1

Annotazione Tupac

L’ultima annotazione a lapis è a pagina 57 (capitolo 11). Riguarda il participio «petrificado», nella frase «Sì, la electricidad es eleática, nos ha petrificado las sombras». L’annotazione riporta come statico quindi pietrificazione. Nella traduzione Einaudi diventa: «Sì, l’elettricità è eleatica, ci ha pietrificato le ombre».

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Poi le annotazioni a lapis cessano. Potrebbe essere la spia di un cambio di metodo. Chi aiutava Flaviarosa a dipanare i dubbi interpretativi? Ha mai sentito l’autore al telefono? Gli inviava lettere con richieste di chiarimento?

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Dal 2005 l’esemplare in questione è stato in vendita sul portale maremagnum.com ad un prezzo tale da scoraggiare anche i cultori più dissennati di Cortázar. Da qualche mese a questa parte ho rivisto il prezzo, portandolo a livelli di mercato meno irragionevoli.

Qualche giorno fa ho ricevuto una richiesta. Viene dalla Spagna, da Barcellona. È un collega libraio, probabilmente ha un cliente cortazariano o vuole mettersi in magazzino un pezzo unico, non lo so.

Non pensavo che lo avrei venduto. Speravo di non venderlo. Domani il libro partirà per Barcellona.

Prima di accettare l’offerta di acquisto una voce si è insinuata nella mia coscienza dicendomi: – Ora che hai smesso di fare il libraio professionalmente, potresti finalmente anche tu consegnarti al feticismo del libro, a questo godimento massimamente interdetto a chi commercia in libri. Ma poi nel teatro della mia coscienza sono avanzati gli opliti delle impellenze finanziarie, che hanno aperto una breccia; ed in questa breccia ha fatto irruzione la guardia a cavallo del cosacco che è in me, niente tabernacoli, niente altarini, niente vetrine chiuse a chiave. Questo libro riguadagna il suo destino di passare di mano in mano. Faccio quello che fece prima della sua morte l’anziano Gianni Nicolini, senza peraltro che egli avesse, è da immaginarlo, particolari urgenze finanziarie.

Questo esemplare ha traversato l’Oceano, probabilmente in nave, come il suo autore. Ha ripercorso all’inverso la toponomastica di Rayuela, che inizia a Parigi, in Europa (dall’altra parte) e termina a Buenos Aires, in America latina (da questa parte). Mi domando ora, mentre cerco il cartone per impacchettarlo, che cosa potrà aver pensato Julio tenendo in mano un esemplare come questo nel 1963. Quando aprì il pacchetto della casa editrice. Questi stessi caratteri, questa carta, questa impaginazione.

Non so, in fondo un autore credo che sia deluso dal vedere ridotto a un volume così piccolo un’impresa così grande. E che sia nauseato dal veder moltiplicato in mille copie quell’oggetto, se mai gli capita di visitare i magazzini editoriali. A meno che non sia un megalomane. E Cortázar, almeno che io sappia, non lo era. L’unica cosa che lo aiuta a superare delusione e nausea è il miraggio di qualche dollaro in banca, per andare avanti e viaggiare. I primi anni a Parigi Cortázar è campato a stecchetto.

E poi, lo scrive lo stesso Cortázar in una lettera[4], «la vita in ogni caso è sempre un poco questo, cercare cose che non esistono. Forse, cercandole, le creiamo, le tiriamo fuori dal nulla». Quelle che esistono, è opportuno che ce ne liberiamo. Mi viene da chiosare così.

E poi, cosa facciamo? Pietrifichiamo le ombre?

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[1] Come è noto, l’avvertenza che apre il romanzo offre al lettore due possibilità alternative di lettura: «A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. Il secondo lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo. In caso di confusione o poca memoria, basterà consultare la lista seguente (lista che qui si omette, n.d.r.)».
[2] Julio Cortázar, Cartas 1969-1983, Alfagura, 2002. Ecco il testo della lettera (tr.it s.m.):
«Caro Italo:
grazie per la tua lettera, di cui mi sarebbe piaciuto parlare con te di persona, ma dato che tu sei a Torino e io dopodomani parto per Kampala, ti invio queste righe per non perdere tempo; penso che in base a quello che ti dico qui la casa Einaudi potrà prendere decisioni senza ulteriore perdita di tempo, e al mio ritorno dall’Africa (verso il 16 di giugno) sarò a tua disposizione per tornare a parlare di questi problemi.
Il piano di pubblicazione che mi sottoponi non mi sembra del tutto soddisfacente, ma penso che possiamo trovare una soluzione che ci trovi d’accordo. Mi piacerebbe che esaminassi la seguente controproposta: a mio parere, Einaudi tira fuori dal dimenticatoio Los premios per guadagnare tempo, cioè a dire, per far sì che la medesima traduttrice abbia il tempo di tradurre Los cronopios e 62. Io non ho alcun motivo per oppormi a che detta traduttrice si occupi di entrambi i libri, però mi sembra invece che se (Einaudi, n.d.t.) traducesse Los cronopios e al tempo stesso Flaviarosa si occupasse di 62 ci sarebbe da un lato un guadagno di tempo e dall’altro io avrei una soddisfazione morale importante. In effetti, nonostante la diversità delle opinioni che possano esserci sulla qualità delle traduzioni o dei traduttori, io non posso né voglio dimenticare che Flaviarosa si è sempre occupata dei miei libri con profondo interesse, e sono un poco sorpreso del fatto che rimanga scartata dal piano di pubblicazione dei miei libri.
Riassumendo, la mia proposta sarebbe la seguente:
Giugno 1969: Rayuela
Dicembre 1969: Los cronopios
Giugno 1970: 62
Fine del 1970: Los premios
È evidente che questo piano suppone affidare la traduzione dei due libri a due traduttori diversi; ed è qui che mi interessa sentire la tua opinione. Personalmente (e tu come scrittore lo puoi capire meglio di chiunque altro) a questo punto della situazione la pubblicazione di 62 mi interessa molto di più che quella de Los premios, soprattutto perché è una sorta di prolungamento o getto di Rayuela e al pubblico italiano interessa molto di più leggere 62 dopo Rayuela, mentre Los premios vale più come anello a monte della catena. Non ho colpa se Los premios sia rimasto nelle retrovie, ma non mi interessa più di tanto che passi di colpo al fronte ora che c’è un altro mio libro che mi sembra più attuale e più interessante per il pubblico italiano.
Resta, poi, in piedi la questione de Il giro del giorno in ottanta mondi, sulla quale non mi dici niente. Anche di questo parleremo al mio rientro.
Appena sarò di nuovo a Parigi ti telefono. Grazie ancora e un abbraccio dal tuo amico
Julio»
[3] «¿Y el Tiempo? Todo recomienza, no hay un absoluto. Después hay que comer y descomer, todo vuelve a entrar en crisis.» («E il Tempo? Tutto ricomincia, non c’è assoluto. E poi bisogna riempire lo stomaco e vuotarlo, tutto ritorna in crisi»).
[4] Lettera a Jorge Bolechover, Parigi, 28 luglio 1965 (in Cartas 1964-1968, cit.). Si tratta di uno studente che aveva letto il racconto Fine del gioco e chiedeva all’autore dove si trovasse la casa di cui si parla. Julio Cortazár inizia la lettera di risposta così: «Questa casa non esiste. È nata da alcuni ricordi di infanzia (i treni, le vie, i terrapieni sono molto importanti per i bambini). Tutto il resto lo ha messo l’immaginazione. Mi fa piacere, comunque, che il suo professore le abbia chiesto di cercare la casa[…]»

La letteratura circostante

[Gianluigi Simonetti, autore del saggio La Letteratura circostante, Il Mulino, 2018, presenterà il suo libro a Foligno, Casa Mancia, lunedì 29 ottobre prossimo, alle ore 18. Quella che segue è la lettera di invito]

Foligno, 2 giugno 2018
Eccellentissimo Gianluigi Simonetti,
sono un (ex) libraio. E un lettore (senza ex). Il 31 gennaio scorso ho dovuto chiudere la mia libreria (indipendente) dopo venti anni di attività.[1]
La letteratura circostante è il primo libro acquistato extra moenia, in verità regalatomi da una cliente amica, ex professoressa di greco all’Università di Perugia. Nessuno pensa mai al fatto che un libraio non riceve mai libri in regalo. Una condanna ed una pena di Tantalo che è finita. Bisogna saper vedere i risvolti positivi nei rovesci di fortuna. Adesso, per un certo periodo e prima della mia ricollocazione lavorativa, mi dedico allo studio a tempo pieno.
La mia esperienza di libraio e lettore è un terreno sperimentale che in larghissima parte conferma le analisi, chiamiamole pure sociologiche, sulla letteratura circostante da Lei condotte. Procedendo nella lettura mi sono, in non poche occasioni, sorpreso ad esultare, se non a giubilare, vedendo trascritte nero su bianco, e con molta precisione e direi finezza, impressioni che ho avuto modo di registrare nella mia ventennale attività di commerciante di libri.
Un esempio? L’autore-personaggio, o il personaggio opera. Nel post visuale Chi è il pontefice massimo della letteratura italiana oggi (https://erroredikafka.blog/2018/03/25/chi-e-il-sommo-pontefice-della-letteratura-in-italia-oggi/, pubblicato prima di aver letto La letteratura circostante, lo giuro), una sorta di divertissement un po’ burlone ma anche no, racconto due episodi occorsi in libreria che concernono due campioni, anzi, forse i campioni massimi, in Italia, della categoria, e cioè Roberto Saviano e Erri De Luca. Questi due episodi credo siano sintomatici della ricezione di questi due autori, tramutatisi essi stessi in iperpersonaggi di un romanzo extraletterario, da parte del pubblico della libreria.
Ma vi è di più. E qui, la prego di credermi, lo dico con tutta l’umiltà del caso, essendo io un commerciante di libri appassionato di letteratura e non un critico. Le analisi da Ella condotte sulla letteratura di consumo e di nobile intrattenimento esplicitano un’idea che coltivo da anni, e che ho cercato di organizzare in un breve saggio[2]. Quello che lei definisce consumo, genere, intrattenimento, ecc. io ho provato a racchiuderlo nel concetto di «letteratura consolatoria» (ed è quella che maggiormente ci circonda e ci accerchia). La letteratura del «risarcimento» sarebbe invece quella che abbatte l’accerchiamento della «presentificazione onnipotente» (come Ella suggerisce, p. 237) e tiene insieme i vivi e i morti, il vivente da un lato e il non ancora vivente o il non più vivente dall’altro. La letteratura del risarcimento, ma si potrebbe dire la letteratura tout court, è il sole dei morti.
Nella libreria che ho gestito, e che negli ultimi sette anni ha avuto come location un vecchio cinema, sono passati tanti scrittori e anche parascrittori, nonché personaggi vari del cinema. Il primo della lista è stato Massimo Carlotto, nel lontano 1998 (mi lasciò in regalo Armi e bagagli di Enrico Fenzi…), l’ultimo è stato Edoardo Albinati. In mezzo, e solo per dare l’idea, Edoardo Sanguineti[3], Boris Pahor, Gianni Vattimo, Aldo Nove (che non ha voluto mangiare la torta al testo preparata con le mie mani…), Silvia Ballestra (che invece bene cenò apud me), Andrej Tarkovskij (il figlio…) e tanti altri.
Adesso che questa esperienza è un libro chiuso sto provando a raccogliere le fila del senso, se un senso lo ha avuto, del mio lavoro di promozione della lettura. Sono, naturalmente, e pour cause, abbastanza incline al peggio.
La lettura de La letteratura circostante mi è di grande stimolo.
Solo due concetti: «il lettore già in partenza solidale» (337) e i «sociologismi consensuali» (124). Lei è, mi sembra, oltre che un un critico, un radiologo. Sa diagnosticare il sintomo di uno strano organismo, tale è quello costituito dall’autore, dall’industria che lo produce, e dal pubblico che lo consuma. E se si trattasse, ma la butto lì come ipotesi, di un organismo autotrofico e saprofita che divora se stesso?
Vorrei parlare diffusamente de La letteratura circostante con l’autore. In particolare discutere dei seguenti temi:
– l’euforia dei c.d. cannibali di fronte ai nuovi media e l’«avversione profonda» nonché l’«antipatia per la tradizione» letteraria (118) alla luce dell’ipotesi del dolore fantasma per la perdita dell’ambiente fonetico-alfabetico tradizionale, ipotesi formulata da Marshall McLuhan e Quentin Fiore nel saggio War and Peace in the Global Village (1968)[4];
– la retorica millenaristica e palingenetica sottesa alla datazione Anni Zero;
– «l’etichetta dell’impegno: quella faccia di circostanza (e di funerale, aggiungerei io) di fronte alla realtà – maschera di sdegno o espressione corrucciata – che troviamo addosso a molti scrittori civili italiani» (125-126);
– il doppio corpo dello scrittore all’epoca della TV e dei nuovi media, alla luce della nota tesi di Kantorowic (ripresa nel cit. post visuale);
– l’eterogenesi dei fini e la nascita dello «scrittore di categoria» all’epoca della contestazione: abbiamo vinto quindi abbiamo perso. […]
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[1] Si tratta della Libreria Carnevali di Foligno, aperta da Giovanni Carnevali nel lontano ’65 (io non ero ancora nato, e, credo, neppure Lei). Nel 1998 il sottoscritto, proveniente da studi giuridici, la rileva dal fondatore, che tra l’altro è stato il libraio di fiducia di Federico Zeri. Il motivo della chiusura della libreria non è l’oggetto di questa mia missiva.
[2] Stepor Marcucci, Chiedere scusa. La letteratura come risarcimento (Viaindustriae, 2012).
[3] Nel cit. blog ho pubblicato un documento audio inedito, Sanguineti che legge in libreria una poesia di Neruda e si commuove. Sì, il neo avanguardista si commuove con Neruda, mica con Balestrini, che fu, in altra circostanza, anche lui ospite! Succede. https://erroredikafka.blog/?s=sanguineti).
[4] Guerra e pace nel villaggio globale, apogeo, 1995, tr. It. Tony Stanley.

con el ALTE no se va a ninguna PALTE

[Granada, 14-16 settembre 2018]

Quando Mercedes ci accoglie in Calle Molinos si scusa perché si sta facendo la tinta ai capelli, ha la retina in testa. Siete venuti per Federico? Lo chiama Federico, come fosse un parente. A Granada, dice Mercedes, fu una strage. Se andate al cimitero e io ci vado spesso, dice, ci sono ancora i segni dei proiettili sul muro. È crivellato di buchi.

Granada puzza di piscio, su questo suor Virginia ed io concordiamo.

Don Rigoberto mi aveva scritto. Quando sarai lì, non deporre per me nessun fiore (né fiori né opere di bene). Getta una manciata di terra in faccia all’aria e al vento. E quando don Rigoberto dice questo so che sta citando la scena di un film ancestrale, capisco quello che vuole dirmi: getta una manciata di polvere sugli occhi vuoti di dio.

Tempo fa Marcuse mi disse che una notte a Berlino, sarà stato il 2001, aveva cantato Bella ciao con una compagna, in Friederich Strasse, fuori da una birreria. Erano abbastanza ubriachi. Poco più avanti una targa ricordava la notte dei cristalli. Non è che vi fossero pericoli, era un gesto più che altro ludico, però in quel periodo nei quartieri più popolari di Berlino est si erano verificati alcuni episodi di pestaggio di italiani (e/o di giovani dai capelli neri, ricordo questo particolare) da parte di naziskin dell’est. Marcuse pensava che la foto più gloriosa del novecento fosse la bandiera issata da un soldato dell’Armata Rossa sul tetto del Reichstag. Io non sono venuto a Granada a cantare Bella ciao, che adesso in Spagna è tornata in auge grazie a Casa de Papel. Io sono un sacerdote e sono venuto a prendermi cura dell’anima di Federico.

Suor Maria invece mi ha chiesto di portare un gelsomino. Mi invia la foto del Carnet Honorario della Falange Española. Suo padre, si evince dal documento, risulta “ingresado” a Cadiz il 17 gennaio 1937. Guardo la foto, cappotto militare con il doppiopetto, doveva fare freddo in quel lontano gennaio.[1]

Dopo Paul Celan, le nuvole, nella poesia, sono tombe. Dopo García Lorca il cielo ha un nome misterioso, forse il più bello della poesia di ogni tempo. Ha il nome di un fiume: Guadalquivir. Il Guadalquivir delle stelle. Lo attraversiamo percorrendo l’autostrada.

Il 27 marzo del 1929 Federico porta la croce della Confraternita di Santa Maria de la Alhambra nella processione del Venerdì Santo. A piedi scalzi, incappucciato.[2]

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Chiedo a Xavier, gestore della libreria Praga in Calle Gracia 33, se a Víznar, all’alba del 19 agosto, c’era un prete, un cura, a dare il conforto religioso a Federico. No, non che io sappia, risponde. Non usavano certi riguardi. Strano, dico io. Se pure la Santa Inquisizione teneva alla salvezza dell’anima degli eretici. I Falangisti non erano fanatici cattolici? Non sono stati una propaggine novecentesca dell’Inquisizione?

Non si facevano molti riguardi in quei giorni, ribadisce Xavier. Quando la gente cominciò a scappare da Malaga lungo la carretera, gli aerei passavano bassi sulle loro teste e li falciavano con le mitragliatrici. Non c’erano molti riguardi.

Un prete non c’era, ha ragione Xavier. C’è una testimonianza secondo la quale, quando gli fu comunicato che lo stavano per fucilare, Federico avrebbe chiesto di confessarsi. Ma il prete era andato via, era andato a dormire, è da supporre. E così Federico avrebbe recitato l’atto di dolore (Yo, pecador) davanti a un giovane di ventidue anni. Il giovane, José Jover Tripaldi, testimonia che il poeta non se la ricordava tutta, quella preghiera. [3]

Su questa incerta testimonianza, raccolta nel 1955, si giocano a dadi le vesti del poeta. Il franchismo aveva interesse a rappresentare una sorta di ravvedimento del poeta granadino in capitulo mortis. In fondo in fondo non era un miscredente comunista e omosessuale, oppure lo era ma la fede in Cristo alla fine lo ha riacciuffato per i capelli… Mai dimenticarsi che la parabola evangelica più scaltra è quella del figlio debosciato e scialacquatore, detto anche prodigo…

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La vestale della casa natale a Fuente Vaqueros è una donna graziosa. Noto che la zip dei blue jeans elastici, molto aderenti, non è del tutto chiusa. La visita è guidata. Non è consentito fare foto o video, se non nel cortile. Oltre a suor Virginia e a me, ci sono quattro argentini e due giovani. Decoro della piccola borghesia agraria. Il padre di Federico, Federico García Rodríguez, farà fortuna con la coltivazione e il commercio dello zucchero, e la famiglia diventerà una famiglia molto agiata. La madre, Vicenta, maestra elementare. La vestale ci mostra alla parete due foto di Federico alle elementari. In una sta con la sua classe, nell’altra è l’unico maschietto al centro di una classe di bambine, quella della madre. Era benvoluto da tutti, Federico, era una mascotte. Tutto è piccolo. Le travi di legno basse. Il salottino di ingresso, la cucina, la stanza da letto, con il letto grande e in un vano contiguo la culla di ferro a dondolo. La culla del poeta. Il piano superiore, il granaio, è adibito a spazio espositivo. C’è un cortile interno. E un altro fabbricato, oggi biglietteria al pian terreno e altro spazio espositivo al primo piano. Qui la vestale ci mostra un filmato dei primi anni trenta. Si tratta, ci dice, dell’unico documento in cui il poeta appare in movimento. Federico, alto su un camion, scarica le quinte di legno dello spettacolo teatrale della compagnia La Barraca.

Mecanico

El, normalmente, parecìa un mecanico

In una foto Federico porta una tuta scura, sembra un meccanico.

La Ruta di Federico Garcìa Lorca, che si dipana nel centro moderno di Granada, per chi vuole ripercorrere i luoghi del poeta, ci fa imbattere in una processione. È sabato 15 settembre, pomeriggio, sta per piovere, cerchiamo la prima casa cittadina di Federico, in Acera del Darro 50, ma a quel civico non c’è niente, neppure una targa. Ci saremo sbagliati? Dall’altra parte della strada c’è una fila lunghissima di persone in attesa sul marciapiede, ciascuna di esse con un mazzo di fiori in mano. Centinaia e centinaia di mazzi di fiori. Cavalieri in abito tradizionale, bambini e bambine vestiti da chierichetti, piccoli cocchi trainati da pony. Sembra un film di Buñuel. Poliziotti con ricetrasmittenti. C’è la televisione con due postazioni di ripresa e le telecamere coperte con le buste di plastica a protezione della pioggia. È la festa della Virgen de las Angustias, la patrona di Granada. Protegge dalle angosce o comprende gli angosciati? Come è noto, gli antichi Romani avevano una divinità per ogni cosa o problema, ne avevano anche una che soprassedeva all’angoscia e alla depressione, che all’epoca si chiamava malinconia. Un lascito latino ripreso dal cattolicesimo? Quella alla quale assistiamo è l’offerta floreale. C’è un traliccio sul quale sono arrampicati dei giovani con i caschi da scalatori di vari colori. I fedeli che sono in fila, una fila disciplinata, paziente, imperturbabile nel frastuono della città, impassibile di fronte all’entrata dei grandi magazzini, che sono comunque aperti, consegnano a quei ragazzi appesi al traliccio il mazzo e gli scalatori lo inseriscono nel reticolato. Un’infiorata verticale, come un giardino verticale addossato alla facciata della chiesa. Dalle casse acustiche, dopo un rosario, si ode un flamenco triste a tutto volume. Ci sono fiorai che urlano uno tres, dos cinco!, un mazzo tre euro, due mazzi cinque. Chiedo a uno di essi se ha i gelsomini. No. Niente gelsomini.

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La processione per la Virgen de las Angustias

Passiamo fuori dal ristorante Chikito, che fu sede del caffè letterario El Alameda, dove Federico lesse le sue prime poesie e fondò con alcuni sodali la tertulia El Rinconcillo. Con google maps procediamo verso calle Mesones. Al civico 52 c’era la tipografia Ventura Traveset, quella che stampò, nel 1918, il primo libro di Federico, Impresiones y paisajes. Oggi il civico 52 sta tra la gelateria di catena Ice Wave e un negozio di telefonia, My Phone. Paesaggi impressionanti.

È buio ormai. Avanziamo verso la Facoltà di Diritto, la zona dell’Università. Anche lui eterno studente di legge… Nel novecento molti scrittori e poeti si sono iscritti a legge per pararsi il culo in caso di fallimento letterario. E per non essere esclusi dall’asse ereditario paterno. Oggi i poeti e gli scrittori seguono corsi di scrittura creativa, spesso sovvenzionati dai genitori, trepidanti questi ultimi nell’attesa che si schiuda l’uovo e nasca un pulcino letterario…

E arriviamo al punto. Al nascondiglio e al sequestro. Quando viene prelevato a casa dei Rosales, in Plaza de la Trinidad, con una imponente operazione di polizia, Federico viene messo in una macchina, sebbene la distanza tra la casa dei Rosales e la sede del Gobierno Civil sia a meno di 250 mt. La sede del Gobierno Civil è in Plaza de los lobos.

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Plaza de los Lobos

Una specie di Via Tasso a Granada. Da Piazza della Trinità a piazza dei lupi. Ultima stazione urbana per Federico. Una poesia di onomastica urbana perfetta.

La casa dei Rosales oggi è un albergo. L’indirizzo esatto è Angulo, 1. Suor Virginia pronuncia Angùlo. Lo ripete varie volte, suor Virginia suole imitare la fonetica spagnola, e quindi penso che stia parodiando. Ora che ci ripenso: Fangùlo.

Il gelsomino di Albaicín. Albaicín è il barrio arabo, la casbah, si inerpica a lato dell’Alahambra. Ripide scalinate, vicoli tortuosi, stretti passaggi. Un venditore di incensi mi vende del fumo. Da un muro di cinta di un carmen[4] scende un arbusto di gelsomino. Raccolgo alcuni rami, il piccolo bianco. Albaicín resistette per tre giorni all’assedio dei Falangisti, la Repubblica legittima non inviava armi, i residenti alzavano barricate di suppellettili e difendevano la libertà a mani nude contro mortai, lancia granate, cannoni, obici e due aerei mitragliatori.

Vista da Albaicín di notte l’Alhambra sembra un’allucinazione, una fortificazione costruita sulla luna da un gruppo di terrestri sopravvissuti al disastro, che hanno portato con sé alla rinfusa pezzi di architettura normanna, gotica, araba, barocca, pezzi di torri, di archi, di merli…

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Huerta de San Vicente. La casa de verano, la residenza estiva della famiglia Lorca. All’epoca era fuori dal perimetro urbano. Oggi è ricompresa nel Parque Federico García Lorca. Parlo con il bigliettaio. Dice che è sua moglie, Pepa, colei che ci farà da guida, quella che sa tutto su García Lorca. Ha scritto anche un libro, Pepa, e il consorte me lo mostra. Lui ha letto solo alcuni libri, le dà una mano oggi che è domenica. Gli chiedo se è vero che le condanne a morte le firmava di suo pugno tutte il generale Francisco Franco. Mi sembra di ricordare che lo dica Arthur Koestler. No, impossibile, lui dice. I generali avevano carta bianca. L’ordine di fucilare Federico venne da Siviglia. L’ordine di dargli il caffè. Si diceva così: darle un cafè.[5]

E poi soggiunge: è complicata la morte di Federico, sa? Lui non era un rosso, non era una spia dei Russi, come dissero. L’omosessualità? O il fatto che avrebbe vilipeso la Guardia Civil nel Romancero gitano. Tutto può essere. Certo. Però aveva protezioni importanti. Quando vennero a prenderlo qui dove siamo ora, a la Huerta de San Vicente, lui si nascondeva nel centro di Granada, a casa dei Rosales, amici di famiglia e suoi. Due dei fratelli Rosales erano Falangisti di spicco. È una storia sbagliata, mi viene da pensare. Il bigliettaio accenna ad un fatto. Dice che il padre di Federico aveva azioni in una compagnia di zucchero, azucar, aveva guadagnato molto. C’era dell’astio con uno zio di Federico, per una questione di terreni, non ho capito bene. Una faida familiare? Certo è che l’assassinio di Federico ha segnato anche la fine dell’agiatezza economica del padre e della sua famiglia. Sono emigrati negli Stati Uniti. I familiari di Federico, anche recentemente, hanno respinto il tentativo di ridurre l’assassinio di Federico a una faida familiare, a una questione di panni sporchi. Una questione privata.

Pepa mostra la scrivania del poeta. Di legno massello chiaro. Profonda più del normale. Sopra di essa il manifesto pubblicitario della compagnia teatrale universitaria La Barraca. Deve essere l’originale, è disegnato a china. La Fabrica, chiamava Federico questa sua stanza. Qui ha scritto alcune delle sue opere più importanti. Il padre non era molto contento, voleva che si laureasse in legge. Ci ha messo dieci anni, Federico, e non ho capito se alla fine la laurea l’ha presa o no.

Comunque, conclude Pepa, Lorca non ha mai ricevuto alcun premio letterario. E non ha avuto neppure il tempo di riscuotere i diritti d’autore. Chiedo all’esperta se i diritti d’autore sono tutti prescritti, essendo trascorsi settanta anni dalla morte. La questione è complicata (e come potrebbe non esserlo anche qui?), ci sono le opere postume. Ci sono le opere teatrali. E poi tutte le immagini e le foto sono ancora coperte dal copyright. Ci sono eredi? domando. Sì, ci sono eredi.

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Arriviamo a Víznar paese attorno alle 13.30 di domenica 16 settembre. Víznar è a mezza costa. Ci fermiamo a pranzo in uno di questi posti dove se chiedi un bicchiere di vino o di birra ti portano subito una tapa. Pranziamo con questi assaggini. Siamo su un terrazzo panoramico, al riparo di gialli tendoni. Sotto si vede la valle. Sul tavolo dove mangiamo c’è il mazzo dei gelsomini, colti a Albaicín di straforo, dentro a una bottiglietta di plastica dell’acqua da mezzo litro.

Non fa troppo caldo, in questi giorni abbiamo trovato anche la pioggia. Siamo praticamente a un mese esatto dal 16 agosto, quel 16 agosto di ottantadue anni fa, quando, alle cinque del pomeriggio, «a la hora terrible de los calores»[6], Federico venne portato via. Non uso deliberatamente il termine «arrestato», perché l’arresto, si abbia o non si abbia una laurea in legge, implica un mandato legalmente emesso dall’autorità giudiziaria.

Paghiamo solo venti euro. Il trattore mi dice la direzione. In macchina sono cinque minuti. Ci siamo, mi dico.

Il luogo è segnalato da un cartello. Il cartello ha una cancellatura e una parola aggiunta a penna, è la prima cosa che noto. Andiamo bene, mi dico. Lo riproduco qui e non lo traduco.

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Aggiungo solo che la memoria condivisa è un concetto, sempre che di concetto si tratti, assai gracile, come gracile è la democrazia e la pace sociale che essa memoria condivisa dovrebbe garantire.

Il Barranco di Víznar è un burrone a prevalente pineta. Si lascia la carretera e dopo pochi minuti a piedi ecco comparire cartelli a terra.

Quello che non è accettabile è la perdita delle ultime parole di Federico García Lorca. Una perdita non per i filologi soltanto, ma per il genere umano nel suo complesso, sempre che il genere umano, questo strano complesso, abbia il senso collettivo di una perdita. In quella mente albergava un cuore. La qual cosa è statisticamente assai rara. Cosa ha battuto quella mente? Cosa ha pensato quel cuore?

Dicono che Goethe il cardinale abbia detto con un filo di voce mentre si stava spegnendo, e gli mancava l’ossigeno: Mehr Licht, più luce. Secondo me è una cazzata. Mica aveva paura del buio, Goethe! Si tratta di una vulgata buona a avallare la rappresentazione del Poeta inclinante all’Illuminismo. Goethe in realtà voleva dire, ma le sillabe gli si impastavano nella bocca resa secca da qualche preparato oppiaceo: Mehr Nichts, più nulla, ancora più nulla, datemi il nulla alla sua massima potenza, mehr, basta con questa farsa. Datemi il nulla.

E Federico? Yo pecador? Ma di quali peccati staremmo parlando? Un poeta non ha peccato. Io sto con Lacan. E anche Federico sta con Lacan. Il peccato è uno solo: aver ceduto sul proprio desiderio. Ora di Federico può dirsi tutto, rosso, maricone, figlio di papà, politicamente ambiguo anche, le azioni e lo zucchero, tutto, ma non che abbia ceduto in quel punto. Che cazzo doveva confessare Federico?

Eppure. Federico è un’anima dechiré, lacerata, strappata in due. Se lo sono conteso. La Repubblica e la Falange. Lui stava con entrambi[7] e con nessuno. La sua è un’elegia congiunta. Lui tiene insieme nel simbolo ciò che la lotta fratricida scinde. Non gli garbavano certo i giochetti politicisti della Repubblica. E infatti rinuncia a rifugiarsi nelle zone controllate dalla Repubblica, sebbene la motivazione più accreditata sia quella per cui non volle mettere a rischio la vita del padre e dei suoi familiari, cosa che sarebbe immancabilmente accaduta nel caso fosse fuggito di nascoso da Granada. E, certo, aveva in odio il fanatismo terroristico cattolico, una distorsione paranoica della devozione religiosa. E detestava la scurrilità dei fascisti. In una guerra civile o stai di qua o stai di là. Se stai in mezzo sei nel torto. Che altro è la guerra civile se non una polarizzazione verso il campo nemico di tutte le sfumature? I nemici si fucilano, ma sono gli incerti, i perplessi, i dubbiosi, i combattuti dentro, quelli che non si sa bene se stanno dalla tua parte, sono questa zona grigia i massimamente sospetti, e sono soprattutto loro che meritano la tortura e la morte. La parte avversa si ingrossa di spettri. Lo stesso giorno del sequestro di Federico il generale Queipo de Llano, luogotenente di Francisco Franco per l’Andalusia, fa fucilare a Siviglia il generale Campins, comandante militare di Granada al momento della Rivolta, reo, secondo le parole dello stesso Queipo de Llano, di «aver giocato con due mazzi, ingannando tanto il Governo che me». Che cos’è la guerra civile se non questo dubitare di chi ti sta vicino, di chi ti è prossimo, cos’altro è se non l’asserragliarsi dell’io in se stesso e lo sventagliare di mitraglia sulla parte sconosciuta dell’io, che sarebbe poi l’Altro?

Quando una squadraccia fascista fa irruzione alla Huerta de San Vicente, e siamo al 9 di agosto, sette giorni prima del sequestro, per arrestare i figli del guardiano della tenuta, falsamente accusati di omicidio, tra gli sgherri ci sono anche i fratelli Miguel e Horacio Roldàn Quesada. Federico li conosce bene. I fratelli Roldàn Quesada sono latifondisti, «parenti e nemici del padre del poeta», Federico García Rodríguez, per una lite su certi terreni. Ma non solo per questo. Odiano il padre di Federico perché è un liberale e odiano Federico per i suoi successi letterari[8]. Ecco che rispunta la questione privata, la variante storiografia fenogliana nelle grandi manovre militari della Storia. La squadraccia è in realtà venuta a minacciare Federico, i figli del guardiano sono solo un pretesto. I fratelli Roldán Quesada sono lontani cugini, ex compagni di Università, poco brillanti a dire il vero. Uno di loro, Miguel, detto Il Marchesino, è in divisa militare. Lo insultano, lo chiamano frocio. «Ah, guarda un po’ chi c’è, il frocetto amico di Fernando de los Rios». «Sono amico non solo del professore socialista», ribatte Federico, «ma anche di molte altre persone di opinioni diverse». Ecco l’onore di Federico. Ecco, queste sono forse le ultime parole del poeta.

Marcuse mi ha raccontato un episodio in cui venne verbalmente offeso e minacciato da un coetaneo che covava un fortissimo risentimento verso coloro che avevano studiato. Di famiglia impiegatizia, quel coetaneo, personaggio conosciuto sin da ragazzino per la sua inclinazione al sopruso e alla violenza tra compagni di scuola, un bullo lo chiameremmo oggi, si era innamorato della figlia di un dottore. La qual cosa sembrò per un certo periodo ammorbidire e ingentilire quel carattere altrimenti iracondo. Ma la figlia del dottore alla fine si era fidanzata con un ragazzo che scriveva poesie. Il coetaneo di Marcuse non iniziò a scrivere poesie, e per fortuna, ma si rivolse nuovamente all’ira e forse al bere. Una notte Marcuse si trovò per sbaglio ad una festa campestre, trascinato da certi compagni. Erano tuti ubriachi. Gli si avvicina questo personaggio, e lo comincia a spintonare. Marcuse cerca di svincolarsi e di sottrarsi alla provocazione, ma il tipo lo insegue. Lo apostrofa: «Verga! Studia ‘sta verga!», portandosi le mani a coppa sulla patta dei pantaloni. Aveva in gran dispetto coloro che leggevano e amavano leggere. Questa gelosia sessuale traslata sul livello della denigrazione culturale credo sia un elemento molto trascurato, sebbene non irrilevante, nello studio della guerra civile in generale. Fu necessario l’intervento di altri, meno ubriachi, compagni del risentito, per impedire che mettesse le mani addosso a Marcuse.

Depongo la bottiglietta dei gelsomini alla base della lapide della fossa comune. Poi mi siedo sul ciglio di questa fossa. Suor Virginia è seduta al lato opposto. Cerco di leggere una poesia di Lorca. Sento singhiozzare, la qual cosa mi dà sulle prime una certa irritazione, provo fastidio, penso che sia francamente esagerato, poi però penso che sia liberatorio, una specie di mantra, un om sconsolato. Il pianto mestruale è il corrispettivo femminile della tragedia maschile.

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Lo vedi in quel filmato, mentre scarica le quinte dal camion. È industrioso, Federico, è felice. Non è depresso, e sì che la depressione l’ha conosciuta. Con la tuta da meccanico è felice. I primi anni ‘30 del secolo scorso sono stati la più grande illusione della storia umana. Tra due immani carneficine, lo diciamo oggi, sembrò farsi largo una speranza. Una redenzione collettiva. Un’utopia concreta. Niente. Falciata via. Weimar. Granada. Erano protervi? Imponevano la libertà a chi non la voleva o a chi non era ancora pronto a questa inusitata lotta interiore che chiamiamo libertà, e che tutti ci dilania? E se Federico avesse intravisto una sintesi tra la croce da un lato, e la falce e il martello dall’altra? È chiaro che sto delirando.

Federico scarica le quinte del palcoscenico ed è felice. Industrioso e felice.

Nella casa natale a Fuente Vaqueros c’è, nel granaio, al piano di sopra, come abbiamo detto, un’esposizione temporanea. In una lettera scritta da Rafael Alberti, indirizzata ad un amico, viene citato Lorca, amico comune: «[…] como dice García Lorca, con el ALTE no se va a ninguna PALTE». Gioco di palabras, di parole. Chiedo spiegazioni alla vestale, quella con la zip dei pantaloni non del tutto serrata, che mi dice che in effetti è un gioco di parole, ma questa conferma non soddisfa interamente la mia curiosità. In quell’ALTE ci vedo un secondo senso. ALTO in spagnolo significa anche STOP. Quindi con lo stop non si va da nessun parte. Ma arriva alle mie spalle uno dei visitatori argentini, quello più anziano, che mi delucida: «Gli Andalusi non pronunciano la erre, la pronunciano più come una elle».

Ah, ecco, ho capito. Come i giapponesi, penso.

Con el ALTE…

P.s.
L’ipotesi secondo la quale Goethe il cardinale avrebbe invocato in capitulo mortis non più luce (mehr Licht), ma più nulla (mehr Nichts), non è mia. Me lo ha fatto presente Don Rigoberto in una recente conversazione in sagrestia. La persuasiva ipotesi è di Thomas Bernhard, nel racconto Goethe muore, pubblicato in Italia da Adelphi. Le idee che più ci appartengono le facciamo talmente nostre che finiamo con il dimenticarne la fonte, il nostro più autentico pensiero è un pensiero pensato da un altro.

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[1] «Anche se vorrei, non posso chiedere scusa per un altro, tanto più se totalmente ignaro del poeta ucciso e persino della nave che lo avrebbe portato in un paese già in guerra (lo scopo del ventiduenne Marzio era mandare soldi al fratello per farsi la casa dove poi sono nata). Porta un gelsomino anche per me, grazie.» (Messaggio whatsapp di suor Maria, 12 settembre 2018). Il novecento, il secolo della guerra civile globale e familiare, ha messo i figli, e talvolta anche le figlie, contro i padri. Per la prima volta nella storia, stante l’immane disastro, i figli, e le figlie talvolta, si sono dovuti incaricare dell’immane fardello di andare contro i propri padri. Fino a poco prima, i figli, e soprattutto le figlie, seguivano i padri, i padri avevano ragione punto e basta, qualunque cosa avessero fatto. Il novecento ci ha gravato di un mandato impossibile. La coscienza individuale è un grande fardello. Ringrazio suor Maria per avermi dato la possibilità di dischiudere questo tema. Federico aveva amici che simpatizzavano per la Falange. Amici che lo protessero, pagando anche le conseguenze di quel gesto.

[2] José Luis Vila-San-Juan, García Lorca, ASESINADO: toda la verdad, Editorial Planeta, Barcelona, 1975. Nel 1973, a seguito della pubblicazione, da parte del quotidiano di Granada Ideal, della copia di un’istanza compilata di pugno da Federico, datata 20 maggio 1929, nella quale il poeta chiedeva di essere ammesso quale membro attivo della Confraternita di Santa Maria de la Alhambra, il giornale madrileno ABC pubblica un’intervista al confratello José Martin Campos, che all’epoca era stato testimone di questo singolare episodio. Ecco di seguito uno stralcio dell’intervista (tr. it. s.m.).

– […] Era la Settimana Santa del 1929, esattamente il 27 di marzo. Verso le undici della sera io stavo in chiesa con la Giunta di Governo, ultimando i preparativi per far sfilare la processione, quando mi chiamò il consigliere della Fratellanza, don Emilio Villatoro Bocanegra, per cercare di risolvere un problema. Un uomo aveva fatto voto di accompagnare la Vergine vestito da penitente, ed era venuto a Granada proprio per questo. Dovevamo trovare il modo.
– Era difficile?
– Gli dissi che mi sembrava impossibile, perché si richiedevano due condizioni: essere iscritto come confratello alla Fratellanza e disporre di un saio da penitente. Quanto alla prima, avremmo anche potuto chiudere un occhio, perché non eravamo obbligati a vedere la persona in viso.
– Quale fu la soluzione?
– Proposi che sfilasse vestito in borghese dietro il trono, ma la cosa non fu accettata. Allora pensammo che, siccome i porta insegne, sebbene sfilino con la tunica e a volto coperto come i penitenti, sono persone pagate dalla Confraternita, avremmo potuto sostituire uno di questi uomini con colui che chiedeva di uscire in processione.
– Lei sapeva che si trattava di García Lorca?
– Niente affatto. Ma dato che dovevamo sapere chi fosse, andammo in una stanza attigua dove stava aspettando e chi incontrammo fu proprio Federico. Lì stesso gli mettemmo l’abito, cosa che accolse con raccoglimento. Lo accompagnammo, a volto coperto, in chiesa, e quando arrivò di fronte all’immagine di Santa Maria de la Alhambra si inginocchiò e pregò.
– Come sfilò?
– Sfilo alla testa della processione, portando una delle tre insegne. Quando suonò la campana della candela e cominciarono a sentirsi le saetas (canto religioso andaluso, n.d.t.), mi appropinquai alla Porta della Giustizia per verificare che tutto procedesse in ordine. Quale fu la mia sorpresa al vedere che Federico portava la pesante insegna a piedi nudi.
– Gli parlò finita la processione?
– Al termine della processione volevo dargli un abbraccio, ma era sparito, lasciando l’insegna debitamente ricollocata al suo posto, con la cinghia annodata a forma di croce e un biglietto che diceva: Che dio vi renda merito.
– Insomma, perché questa istanza di diventare membro della Confraternita?
– Fu il 20 maggio di quello stesso anno. Federico consegnò al consigliere il modulo di iscrizione, che fu presentato il giorno seguente all’approvazione della Giunta.
– Fu ammesso?
– Ci furono discussioni. Alcuni lo consideravano un gesto di gratitudine e di lealtà, altri come uno snobismo ulteriore di Federico. Ma trionfò il buon senso e fu ammesso, iscritto nel registro dei confratelli con il numero 498 e la quota mensile di una peseta.

[3] Ian Gibson, Vida, pasión y muerte de Federico García Lorca, Debolsillo, 700-701. «Da vari testimoni sappiamo che Lorca passò le sue ultime ore nel casale La Colonia. Risulta particolarmente rilevante la testimonianza di José Jover Tripaldi. Quando la guerra scoppiò costui aveva ventidue anni e stava passando l’estate a Viznar. Per evitare di essere mandato al fronte chiese al capitano Nestares, amico di famiglia, di assegnargli una qualche mansione in paese. Nestares accolse la richiesta e lo fece stare a La Colonia. Jover Tripaldi avrebbe sempre giurato di essere stato di guardia la notte dell’arrivo di Lorca e del “maestro zoppo”. Fervente cattolico, aveva l’abitudine di spiegare alle vittime che la mattina seguente sarebbero andate a lavorare a certe fortificazioni o a riparare le strade. Poi, all’avvicinarsi del momento della “saca” (non traducibile, saca è una borsa grande, come quella dei postini, n.d.t.) comunicava loro la terribile verità, sempre che non l’avessero già intuita. Fare ciò lo considerava un suo dovere di cattolico. Nel caso che lo desiderassero, i prigionieri potevano confessarsi con il prete o consegnare alle guardie un ultimo messaggio per la famiglia o qualche oggetto.

Secondo Jover Tripaldi il poeta, quando gli comunicò che sarebbe stato fucilato, volle confessarsi. Ma il prete se ne era andato. Il ragazzo, vedendo la terribile angoscia che le sue parole avevano provocato, gli assicurò che se si pentiva sinceramente dei suoi peccati gli sarebbero stati sicuramente perdonati. Allora lo aiutò a recitare il Yo, pecador, che Lorca ricordava solo in parte. “Mia madre me lo ha insegnato tutto, sa, ma ora l’ho dimenticato”. Nel rievocare questo episodio anni dopo, Javier Tripaldi insisteva sul fatto che il poeta sembrò più tranquillo dopo aver pregato. Ma non possiamo sapere con certezza se le cose siano andate proprio così. (tr. it. s.m.)

[4] Il carmen è un’abitazione urbana tipica della città di Granada (segnatamente dei quartieri adagiati sulla collina, Albaicín e Realejo) con annesso spazio verde, comprensivo di giardino, orto a terrazza, spesso piscina, e abitazione. È uno spazio chiuso all’esterno, circondato da muri di recinzione alti due metri, spesso intonacati di bianco, e dai quali pendono arbusti frondosi. Privacy garantita. In uno di questi carmen di Albaicín, il carmen di Fernando Vílchez per l’esattezza, Federico García Lorca lesse, dopo il suo rientro a Granada (14 luglio) e prima del sequestro (16 agosto), La casa di Bernarda Alba in anteprima ad un gruppo di amici granadini.

[5] In verità Koestler dice che Francisco Franco firmava personalmente le condanne a morte dei foreign fighters, si direbbe oggi, cioè dei combattenti per la Repubblica non spagnoli, delle presunte spie travestite da giornalisti, ecc. , come fu nel caso di Arthur Koestler, dapprima condannato e poi risparmiato con uno scambio di prigionieri. Le questioni domestiche Franco le lasciava ai suoi generali, quelle internazionali, più delicate sul piano diplomatico, le gestiva di persona…

[6] Ian Gibson, Vida, pasión y muerte de Federico García Lorca, cit., p. 685.

[7] Questo punto controverso è decisivo. Durante i giorni in cui rimase nascosto a casa dei Rosales, una leggenda propalata dai propagandisti del franchismo vorrebbe che Federico García Lorca abbia lavorato congiuntamente al suo ospite e amico Luis Rosales alla composizione di un inno in onore dei caduti della Falange. «Non era vero, e Rosales dirà sempre che il progetto, mai realizzato – non ci fu tempo! – consisteva piuttosto in un’elegia congiunta dedicata a tutti coloro che erano morti nella contesa scatenata un mese prima.» (Ian Gibson, op. cit., p. 682). Sul versante opposto, si è parlato di una lettera scritta da Federico García Lorca traboccante ingiurie verso la Falange, lettera che sarebbe stata letta da Rafael Alberti a Radio Madrid qualche giorno prima dell’esecuzione del poeta. La lettera e anche la circostanza sono false (José Luis Vila-San-Juan, García Lorca, ASESINADO: toda la verdad, cit., p. 196).

[8] I fratelli «Roldán Quesada – la cui parentela con il padre del poeta si doveva al matrimonio di un loro zio, José Roldán Benavides, con sua sorella, Isabel García Rodríguez – non potevano vedere Federico García Rodríguez. E ciò non solo per litigi che c’erano stati tra loro in relazione a certi terreni, ma anche per la sua notoria amicizia con Fernando de los Ríos (il professore universitario socialista, n.d.t.) e perché invidiavano “l’ambiente di naturalezza, di elevazione, di semplicità e di cultura che si respirava a casa sua, i successi artistici e sociali dei suoi figli, nonché la notorietà ed il costante aumento del prestigio e della fama nazionale ed internazionale che andava acquisendo il suo figlio maggiore (cioè Federico, n.d.t.)”. (Ian Gibson, op. cit., p. 677).

Il carrettiere fantasma

Ancora mezzo tonto

e già imbronciato

do un’occhiata

truce

giù in strada.

Tutto è in regola

come ogni mattino:

automobili

che vanno dove vanno

anziani lenti come tartarughe

due o tre cani

che puntano i rifiuti…

Quand’ecco che

a siluro

un motocarro

traversa

lo scenario

mattutino

e dentro alla cabina

chi ti vedo?

Un tizio

che pensavo fosse morto.

Che strano effetto

di primo mattino!

 

Chissà perché

pensavo fosse morto,

che non fosse

più dedito

al trasporto

della rena e dei sassi.

Avevo torto.

Beh, insomma,

a farla breve, questo tale

– carrettiere

ricurvo

ispido

spesso –

più convinto

di me d’essere vivo

a bordo di un apetto

smarmittato

andava a

tutta birra

alla riscossa

diritto

in faccia

al sole mattutino.

 

 

 

Le corna degli altri

E dunque anche quest’anno lo chiudiamo

parlando delle corna degli altri, tra un bicchiere

e l’altro di vino rosso, mandarini, frutta secca.

E allora anche quest’anno, come da anni,

l’ultimo tradimento occupa il centro della scena,

e i più informati sui dettagli fanno bella figura.

È sottinteso che si tratti di un gioco innocente,

un pour parler puramente en passant, ma

 

così non è, io lo so me ne sono accorto

(la mia voglia di spazi aperti me lo ha suggerito)

che fare il girotondo attorno

al pettegolezzo è ansia

di consegnarsi alla caserma

del paese

è istinto di legarsi le mani, di castrarsi il cuore,

rendendo enorme, smisurata, la piazza

del paese, supremo tribunale

dei vostri amori.

 

Dìtelo ai gelsomini

Attorno alla metà di settembre prossimo L’Errore di Kafka sarà a Viznar (Granada), per deporre un gelsomino sul luogo dove Federico Garcia Lorca venne fucilato all’alba del 19 agosto 1936.

Come disse Alberto Moravia, sbagliandosi, nell’orazione funebre per Pier Paolo Pasolini, tutta la società dovrebbe essere in lutto quando muore un poeta, perché di poeti ne nascono tre, massimo quattro in un secolo. Il poeta dovrebbe, urla dal palco Moravia, essere sacro (intendendo con ciò che non dovrebbe essere barbaramente trucidato). Applausi. Moravia, nell’accorato epicedio, si sbaglia, non sul numero dei poeti, sia chiaro, ma perché è la morte violenta ciò che consacra il poeta. Il problema non è la morte, ma il come. Sembra che Federico Garcia Lorca sia stato fucilato alle spalle, come un traditore. Ora, e a parte il fatto che Federico Garcia Lorca fosse fedele alla Repubblica legittima, fucilare alle spalle un poeta è un atto vile per chi lo compie. Non ha la forza, chi lo compie, ma soprattutto chi lo ordina, perché non ne hanno la legittimazione, di guardare negli occhi il volto della poesia. Stanno uccidendo una parte di loro stessi. E non possono guardare.

L’Errore di Kafka ti invita a partecipare idealmente a questo Pellegrinaggio Letterario.

Se vuoi deporre un gelsomino anche tu, L’Errore di Kafka lo farà per te.

L’origine militare delle sfilate di moda

Nelle sfilate di moda c’è una frazione minima di tempo nella quale avviene qualcosa di decisivo: ed è quando la modella fa dietro-front.

La modella che avanza lungo la passerella esprime, nell’avanzamento, tutta un’articolazione di stati d’animo: normalmente al principio c’è un’aria di sfida, di protesta, si direbbe, un immusonimento preliminare, un volto agguerrito se non adirato, un trattenuto urlo di battaglia: forse, possiamo immaginare, un litigio in camerino con una collega, o un’umiliazione inferta dallo stilista. Ma mentre la modella avanza sulla passerella comprendiamo subito che qui non c’è niente di personale, nessuna permalosità, ma solo un preciso ordine di scuderia.

L’indiscutibile qualità della nuova collezione autunno/inverno trova, nell’espressione stronza – inizialmente stronza – della indossatrice il suo suggello. I compratori cinesi sono commercianti puri, un esordio in forma di sorriso seducente li metterebbe in allarme, farebbe loro pensare che, a questo giro, la casa di moda manda avanti la fica per coprire un vuoto di idee e di creatività.

Non bisogna mai dare un’impressione del genere, questo è il primo comandamento nel settore.

Il compratore cinese non è tuttavia un masochista, ed ecco che un attimo prima che l’espressione contrariata della modella potrebbe istituzionalizzarsi, ecco che l’aria furibonda svanisce e si fa strada un elemento mesto, cogitabondo, sognatore, vago: il famoso broncio. Se il cielo non si è ancora del tutto rasserenato, certo è che quei neri nuvoloni dell’esordio non ci sono già più.

La mestizia è anch’essa una precisa strategia di vendita: mentre la modella avanza con passo e piglio deciso e, si direbbe, inarrestabile, deciso a travolgere ogni ostacolo che le si parasse dinnanzi, l’aria imbronciata e in un certo senso assente ci rimanda ad altre dimensioni che non siano il qui e l’adesso: entra in scena il mistero, il segreto sigillo di ogni fascino.

La prima metamorfosi della modella è ora pienamente in atto, e segna il primo successo della griffe. Il medesimo abito sta altrettanto bene addosso ad una stronza che a una romantica.

«In questa decisione repentina c’è qualcosa di marziale, un mettersi, per quanto grazioso, sull’attenti»

Siamo arrivati alla metà della passerella. Alla metà esatta avviene la sintesi hegeliana dell’incazzatura e del broncio: ecco lo sguardo sovrano e sereno, lungimirante, che si lascia alle spalle le macerie della vita, punta dritto verso una meta che si trova ben oltre gli applausi e i flash dei fotografi.

La seconda metà della passerella è un piano in discesa. Il peggio è passato. Il trionfo ormai in tasca.

È qui, però, è a questo punto che avviene il fatto decisivo. Ormai prossima alla fine del tappeto, la modella si arresta di colpo, fa un passetto a destra, uno a sinistra, e per una frazione di secondo si immobilizza. In questa decisione repentina c’è qualcosa di marziale, un mettersi, per quanto grazioso, sull’attenti. Obbedendo ad ordini occulti, ma non per questo meno imperiosi, la modella ruota il capo, prima da un lato, e, dopo una pausa breve ma più lunga di quanto sarebbe necessario se il movimento fosse finalizzato al vedere e non all’essere vista, ruota di scatto il capo dall’altra parte, osservando simmetricamente una pausa di immobilità di pari durata. Il volto qui è altero, impassibile, indiscutibile, insondabile, come quello di una recluta passata in rassegna da un feroce caporale.

Il lavoro mimico che è stato necessario per giungere al termine della corsa, il diapason dei sentimenti toccati, tutto si raggela in un’eternità d’istante.

Sembra che non ci sia via di scampo a questo cul-de-sac, sembra che la preda sia finita in trappola. Ed è qui che avviene il prodigio. La soluzione militare. Un moto inerziale era rimasto attivo nelle gambe, seppur ferme. Un’energia messa al minimo, ma non spenta del tutto. E è quel minimo di energia a far scattare il dietro-front, quello scarto indignato, offeso, disgustato, che fa girare sui tacchi la modella, e la fa marciare in ritirata, l’aria trionfale, lo sguardo sovrano ormai svaniti, l’incedere elegante come ultimo residuo di splendore sotto l’incalzare portentoso di altre modelle, che stanno avanzando sulla passerella.

Shakespeare, mio padre

A distanza di anni posso dire che Shakespeare me lo ha insegnato mio padre, ingegnere.

Me lo ha insegnato suo malgrado e, devo dire, mio malgrado.

Ciò è avvenuto alcune notti d’estate del lontano anno ***.

L’ingegnere era in preda ad una sindrome ansioso-depressiva. Prendeva ansiolitici ed antidepressivi. La sua mente razionale e scientifica confidava negli effetti benefici e risolutivi di quei farmaci.

Questi effetti tardavano ad arrivare.

Dopo cena, nostra madre – esasperata – ci inviava, mio fratello e me, in camera da letto dove nostro padre si preparava ad un sonno che non sarebbe arrivato.

Ricordo un caldo insopportabile, una abat-jour accesa e nostro padre a letto che lottava come King Lear contro mostri giganteschi.

La battaglia era tra la posologia dei farmaci (Tavor e Samir) e la burrasca nella quale si trovava con la sua barchetta. Era uno scontro, un conflitto tragico tra forze incommensurabilmente sproporzionate.

Da un lato la posologia, la causa scatenante, il neurologo, la scienza medica, cioè la barchetta; dall’altro la burrasca dell’ansia, dell’insonnia, dell’angoscia, e la tentazione di farla finita.

Adesso che ne parlo, questa piccola eppur drammatica storia familiare potrebbe sembrare una paginetta di letteratura memorialistica, un esercizio di stile volto a dimostrare come la vita e la letteratura qualche volta si incontrino e si intreccino in un dramma estivo.

Spiacente, non è così.

In quella lontana estate del *** nostro padre non si tolse la vita.

Si tolse la vita dieci anni dopo, in circostanze affatto diverse.

Dico questo per far capire come la mia iniziazione shakespeariana non fu una tragedia estiva finita bene, tutto considerato.

Per anni ho cercato di ridimensionare quelle notti d’agosto come deliri passeggeri, dettati da un certo narcisismo narrativo dell’ingegnere.

Se non si fosse sparato dieci anni più tardi forse questa sarebbe la versione più corretta da consegnare ai posteri.

E invece. E invece quelle notti furono un concentrato shakespeariano, un fascio di luce tenebrosa nella mente sconvolta di quell’uomo.

Lottava accanitamente contro quelle onde immense che stavano per travolgerlo.

In alcuni momenti i suoi alleati istituzionali sembravano passare con il nemico, e allora eccolo inveire contro il neurologo, l’errata posologia, il décalage, gli effetti collaterali, eccetera eccetera.

Le descrizioni del proprio stato erano quelle di un campo di battaglia e mi sono restate scolpite nella memoria, erano pagine di involontaria letteratura, erano gare di disperazione ingaggiate, disperatamente, con l’inferno di Dante.

Mi fermo per ricordare una cosa.

Dalla porta finestra spalancata arrivava, nella totale assenza di aria circolante, una musica da discoteca proveniente da un dancing all’aperto. Imperversavano gli U2.

Io, che avevo diciotto anni, sentivo inevitabilmente il richiamo orgiastico di quella musica, dei miei coetanei che stavano divertendosi e bevendo in quel preciso momento.

La verità è che io stesso non è che me la passassi benissimo. Bene non dovevo passarmela di certo, se potevo scambiare per richiami orgiastici quelle lugubri litanie irlandesi traboccanti birra e commerciale disperazione.

Stavo ad ascoltare mio padre in delirio perché comunque non sarei uscito per andare in discoteca, non me la sentivo, mi vergognavo, non avevo popolarità, non avevo charme, non avevo potere.

Però leggevo.

E forse fu la lettura a salvarmi. Fu, a salvarmi, in quella torrida estate, Shakespeare, che avevo letto senza comprenderlo.

E, paradossale a dirsi, fu, a salvarmi, mio padre, che, steso su quel letto patibolare, mi introdusse alla lotta con i propri fantasmi e mi fece l’onore di mostrarmi come sia la mente il malfermo palco dove si consuma la tragedia.

E, sembrerò fatuo nel dirlo, lo fece con parole e immagini che si aggrappavano all’ingegneria ma sprofondavano nella poesia, lo fece aggrappandosi a metafore pazzesche e burrascose che ora non ricordo più.

19 agosto

[L’Errore di Kafka ripropone oggi 19 agosto questo post pubblicato il 29 marzo scorso e misteriosamente scomparso. Unesco: dai su!]

Al martirologio laico, delle vittime dell’ingiustizia, io opponevo a Marcuse un martirologio diverso, letterario. Qual è l’anniversario della letteratura? Qual è il giorno in cui tutti i lettori dovrebbero sospendere le loro attività, lettura inclusa, e raccogliersi in meditazione? O in preghiera?  O recarsi nel luogo dove l’evento è accaduto? Certo, qui l’imbarazzo della scelta è enorme. La Russia? Da Majakoskij e dal suo primo suicidio di Stato, la Russia non è certo stata avara nel suicidare e/o fucilare e massacrare i poeti. Fino a Brodskij. Ma no, la Russia ci ha troppo abituato al peggio, e colà quasi ogni scrittore è un martire. E un testimone. Come Anna Achmatova, in fila in un mesto corteo di supplici, fuori dalla prigione del figlio.

Perché i Russi non si sono messi a urlare, come i Baschi: Bajo los muros de las prisones?

Qual è l’anniversario, dunque? L’Unesco lo ha sancito: il 21 marzo è La Giornata mondiale della poesia. A parte l’uso del termine giornata, che, come per la giornata della Memoria, indicherebbe una durata maggiore rispetto a quello di un semplice giorno, e ricorderebbe la giornata lavorativa, quindi un impegno, un lavoro, ancora un dovere; il 21 di marzo è stato scelto per ragioni astronomiche, senza scontentare nessuno. Il Sole non può stare sul cazzo a nessuno, giusto?

All’Unesco sarebbero volati altro che stivali se, poniamo, qualcuno avesse proposto Dante o Shakespeare o Cervantes o De Sade. Ogni nazione giù a rivendicare di essere la culla della letteratura e della poesia. Non si mettono d’accordo sui gas serra, figuriamoci se si mettono d’accordo sul simbolo.

Se l’Unesco avesse avuto le palle, la data c’era già, coglioni! Il 23 aprile, giorno di una simmetria e specularità letterarie perfette. Data di morte sia di William che di Miguel. E nello stesso anno: 1616! Ma – dico io: – Si saranno mica messi d’accordo, neh? No, perché i due pilastri della letteratura europea moderna vanno a morire lo steso giorno, lo stesso anno. Non è strano? A che ora sono morti? Io spenderei meglio i soldi dell’Unesco e incaricherei una commissione d’inchiesta di eruditi per accertare l’ora e, se possibile, il minuto esatto del decesso dei due grandi scrittori e poeti. E chi lo dice che non scopriremmo qualcosa di inquietante, che neppure Borges? E se fossero stati la medesima persona? Ah, coglioni, non ci avevate pensato laggiù all’Unesco, eh!

Vada per il 23 aprile. C’è una ragione in più. A Barcellona esiste da tempo immemorabile la festa di San Jordi, la festa delle rose e dei libri. Gli uomini regalano una rosa, le donne un libro. In una parola, la civiltà. Che ci voleva, c’era già la festa! E facciamoli contenti i Catalani una volta tanto, hanno buscato così tanto, meno dei Baschi, beninteso, ma hanno pagato a Franco un conto salatissimo. E adeso gli imprigionano i ministri.

Ma no. Non scherziamo. Però restiamo in Spagna. Sì. È qui che si è consumato l’evento più oltraggioso della storia della letteratura mondiale. E, se esiste una letteratura galattica, l’evento più oltraggioso di tutta la letteratura di tutta la Galassia.

Ma no. Ho un ripensamento.

Il luogo: Amsterdam.

La data: sconosciuta (febbraio-marzo 1945).

Sto chiaramente parlando di Anna Frank. La letteratura, mondiale e galattica, muore con questa scrittrice poco più che adolescente. Cha cazzo hai da dire dopo Anna Frank? Ho trovato proprio ieri una testimonianza che ti fa accapponare la pelle. Grazie ad una giornalista scrittrice italiana, Annalena Benini[1]. Annalena Benini riporta la testimonianza di Miep Gies, «la donna che ha salvato il diario di Anne Frank, e che per due anni ha portato cibo, vestiti e parole alla sua famiglia nascosta nella soffitta di Amsterdam. Un pomeriggio di luglio, Miep era entrata nell’alloggio segreto per una visita inaspettata e si era trovata Anne davanti, che scriveva seduta al tavolino della cucina (aveva lottato per qual tavolo, per avere diritto ad un turno più lungo, perché stava scrivendo il suo diario, il suo libro): «Aveva un atteggiamento di grave e profonda concentrazione, come se stesse soffrendo di un mal di testa lancinante. Il suo sguardo mi trafisse e io rimasi senza parole. Improvvisamente, quella che stava scrivendo era un’altra persona.»

Commenta, benissimo, Annalena Benini: «Quella donna affezionata e gentile credeva di incontrare Anne Frank, una ragazzina ebrea di quasi quindici anni che cresceva dentro i vestiti e non stava mai zitta, invece aveva visto una scrittrice, aliena, un’altra persona, forse nemmeno una persona.»

Domanda: perché l’Accademia di Svezia non ha assegnato, postumo in via eccezionale, il premio Nobel, garantito dai soldi dell’invenzione della dinamite, a Anna Frank?

Anna Frank la ricordiamo tutti. Chi non la ricorda è morto dentro.

Torniamo in Spagna, più a sud.

A Viznar.

È il 19 agosto.

Non so perché, ma la guerra civile spagnola mi ha fatto sempre piangere. Non ho parenti spagnoli, io sono francese, non ho antenati che hanno combattuto né per il fronte della Repubblica legittima né per i fascisti. Come molti, ho visto al Prado questa tela dilatata per la lunghezza, Guernica. Dopo Guernica facciamo ancora le guerre? Ancora bombardiamo?

Ma Guernica sta a nord, e noi andiamo a sud. Andiamo in Andalusia.

Questi sgherri fascisti che trascinano all’alba un poeta in un uliveto, lo deridono e lo umiliano, lo chiamano marricone.

Ora, sia detto subito: A las cinco de la tarde è la poesia più bella del novecento. Perché fonde insieme ciò che il novecento ha disgiunto: l’amore (sessuale, non importa il prefisso) e l’eroismo.

Ora, un pianista, un pittore, un poeta che canta i gelsomini con il loro piccolo bianco e i vagabondi gitani, trattato come un assassino, all’alba. In un oliveto.

I lettori, i letterati, i poeti, dovrebbero rimettere la sveglia tutti, alzarsi all’alba del 19 agosto, orientarsi verso occidente, visto che Andalusia sta in fondo all’occaso, e mettersi accanto a Federico e stargli vicino, e beccarsi gli insulti degli sgherri e le pallottole… Federico ti sta vicino, lo so per certo.

Vigliacchi.

Ogni volta che ci penso mi viene da piangere. Davvero. Vaffanculo. Cazzo. Vaffanculo.

Unesco: […].

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[1] Annalena Benini, La scrittura o la vita. Dieci incontri dentro la letteratura, Rizzoli, 2018.

Kafka was the rage

«Everyone was influenced by Kafka in those days. People in the Village used the word kafkaesque the way my parents used veteran».

Che cosa sia stato aprire una libreria dell’usato a New York (Greenwich Village) nel 1946 lo racconta molto argutamente Anatole Broyard. Poco più che ventenne, il futuro influente critico letterario, reduce dal fronte asiatico, mise nell’impresa libraria i soldi guadagnati con il mercato nero in Giappone. Ogni luminosa impresa ha la sua origine oscura.

L’idea di una libreria gli era venuta alle tre di notte, al porto di Yokohama. Yokohama era stata rasa al suolo dai bombardamenti, gli abitanti dormivano in baracche di macerie e il porto era diventato una immane latrina a cielo aperto. Il suo primo incarico come ufficiale portuale fu di ripulire e bonificare l’area. Aveva ai suoi ordini duecentoventi soldati, che supervisionavano il lavoro di mille e cinquecento prigionieri giapponesi. Quella notte, erano le tre, stava seguendo le operazioni di scarico di una nave quando ebbe l’idea. «For something to do, I was thinking about books, trying to see if I could quote passages or whole poems the way some people can».

Gli vengono alla mente solo alcuni mozziconi di versi di Wallace Stevens («my favorite poet»). E ricorda: «It was reassuring to think, in the middle of the night in this foreign place, that were people in the world who would take the trouble to write things like that. This was another, wonderful kind of craziness, at the opposite end from the craziness of the army».

Aprire una libreria, dice Broyard, è l’ultimo dei gesti romantici, come vivere all’addiaccio o imbarcarsi in giro per il mondo

Il futuro scrittore, critico letterario e editor che ha una relazione, sessualmente avant-garde, con una giovane pittrice, protégée di Anaïs Nin; che abita a pochi isolati da dove si è stabilito W. H. Auden (lo vede inciampare e cadere all’uscita di un negozio); che segue alla New School le lezioni di docenti non ancora celebri come Eric Fromm, Meyer Shapiro, Gregory Bateson, Edmund Wilson; che medita con i compagni sulle ultime tendenze «in art, sex and psychosis»; che riaccompagna in hotel la moglie di Dylan Thomas, dopo una festa terminata con una colluttazione tra prime donne, e che ha lasciato sul tappeto, ubriachissimo, il bardo Gallese; questo giovane amante delle lettura prende per trecento dollari il fondo di un rigattiere italiano e, dopo averlo svuotato di vecchi boiler, radiatori, tubi, lavandini, ecc., vi apre la sua libreria. Aprire una libreria, dice Broyard, è l’ultimo dei gesti romantici, come vivere all’addiaccio o imbarcarsi in giro per il mondo.

«Nineteen forty-six was a good time for a second hand bookshop, because everything was out of print and the paperback revolution had not yet arrived. People had missed books during the war, and there was a sense of reunion, like meeting old friends or lovers. […] buying books became a popular postwar thing to do. For young people […] books were like dolls or teddy bears or family portraits. They populated a room».

Se svolessimo dare una rappresentazione grafica della fortuna del libro a partire da Guntenberg, intendendo con tale espressione sintetica il tasso di desiderio e di produzione del libro, collocando sull’ordinata le città topiche e sull’ascissa lo scorrere dei secoli, vedremmo succedersi Venezia nel cinquecento, le città anseatiche nel seicento, Parigi nel settecento, Londra nell’ottocento. Nel novecento la parabola comincia a declinare. Però è indubbio che New York abbia, proprio a cavallo del novecento, segnato un punto non irrilevante su questo diagramma immaginario.

Sì, è vero, scrive Boyard, «people still read books now [alla fine degli anni ’80, quando Anatole Broyard scrive il memoir, n.d.r.] and some people actually love them, but in 1946 in the Village our feelings about books – I’m talking about my friends and myself – went beyond love. It was as if we didn’t know where we ended and books began. Books were our weather, our environment, our clothing. We didn’t simply read books; we became them. […] »

[…] se non fosse stato per i libri saremmo stati completamente alla mercè del sesso

Sarebbe fin troppo facile dire che ci rifugiavamo nei libri, continua Broyard. Ma sarebbe più corretto dire che i libri si rifugiavano in noi. I libri erano per noi quello che le droghe furono per i giovani degli anni ’60. I libri ci dischiudevano l’orizzonte delle possibilità. Finora qualunque cosa avessimo vissuto era vicina e a portata di mano, i libri ci portavano a grandi distanze. «We had known only domestic emotions and they showed us what happens to emotions when they are homeless». Fin qui tutto sommato un tribute al potere espansivo della lettura. Ma poi Broyard dice una cosa strana: i libri ci dettero equilibrio, furono per noi una specie di bilancia: «[…] the young are so unbalanced that anything can them fall». E, cosa ancor più strana, se consideriamo i poteri della lettura, e in apparente contrasto con il loro potere psichedelico sopra evocato, se non fosse stato per i libri, dice Broyard, saremmo stati completamente alla mercè del sesso. Per uno che è stato con una accolita del circolo di Anaïs Nin, una considerazione del genere lascia il lettore disorientato. Come, ma se siete stati voi i primi a schiudere il vaso di Pandora del sesso libero! Voi che avete preparato nei vostri loft sgarrupati l’avvento del binomio art=sex!

Eppure. Eppure le cose sono un po’ meno tagliate con l’accetta di quanto i posteri – questi presuntuosi semplificatori del tempo passato – non siano disposti a riconoscere. E Broyard, con queste sue contro-osservazioni, offre un grande servigio di verità al lettore.

Il sesso era una faccenda complicata anche nel 1946. Anche chez Anaïs Nin.

Torniamo alla stamberga adibita a libreria in Cornelia Street.

Sebbene leggessimo ogni sorta di libro, prosegue Broyard, solo una manciata di scrittori erano i nostri zii, la nostra famiglia. «For me, it was Kafka, Wallace Stevens, D.H.Lawrence, and Céline». Da diligente libraio, però, Broyard non si limita ad offrire al pubblico solamente i suoi lari, e sulla Quarta Strada, dove si concentrano molte librerie, acquista al 20% di sconto libri in base al titolo, al soggetto, alla legatura, o alla casa editrice. «Although I had never read Balzac, I bought a fifty-volume uniform edition of his novels in a red binding with gold-edged pages. I got it for only nineteen dollars». Si facevano affari, allora, sulla Quarta Strada.

Al Village c’erano persone che avevano più libri che soldi, e quando si trovavano in bolletta io mi facevo avanti, ricorda ancora Anatole Broyard. Come uno che compra un cane, io assicuravo che avrei dato ai loro libri una buona casa. Ma era un triste business, perché molte di quelle persone soffrivano di ansia da separazione. Coloro che cadevano in depressione nel cedere i propri libri tendevano a svalutarli, mentre altri, quelli che sviluppavano una sindrome isterica, chiedevano somme così spropositate che capivo che ciò che stavano vendendo era la propria anima. «Pricing an out-of-print book is one of the most poignant forms of criticism».

Kafka a quei tempi era tanto popolare nel Village quanto Dickens lo era stato nella Londra Vittoriana

E arriviamo ai consigli, naturalmente. Vedendo quanto ero giovane, tutti mi davano consigli. Prendi Christopher Caudwell, dicevano. Prendi Kenneth Burke, William Empson, F.R. Leavis, Paul Valéry. Prendi Nathanael West, Céline, Unamuno, Italo Svevo, Hermann Broch, The Egyptian Book of the Dead. Edward Dahlberg, Baron Corvo, Djuna Barnes, prendi anche loro. Ma soprattutto, ad ogni costo, dovevo prendere Kafka. Kafka a quei tempi era tanto popolare nel Village quanto Dickens lo era stato nella Londra Vittoriana. Ma i suoi libri erano difficili da trovare – dovevano essere stati stampati con tirature ridottissime – e la gente sarebbe accorsa con gli occhi sgranati, quasi con la bava alla bocca, disposta a pagare qualunque cifra per Kafka.

E qui veniamo al titolo. Oggi Kafka è, più che uno scrittore, una categoria del pensiero umano. Sembra che Kafka ci sia da sempre, che la sua presenza storica nei primi anni del XX secolo non esaurisca la sua presenza terrestre o celeste. Si parla anche di una funzione Kafka, per designare tecnicamente un certo tipo di racconto surreale-paradossale-esistenziale: nessuno si meraviglia se, per esempio, diciamo che un mito di Ovidio ha elementi kafkiani. Kafka rimonta indietro nel tempo, ridefinisce la storia della letteratura a ritroso, fa quello che dovrebbe fare un classico. Rimodula la tradizione. E questo è, penso, abbastanza incontrovertibile.

Quello che invece non viene facile da pensare è associare Kafka e la rabbia. Perché? Con tanti autori incazzati e maledetti di cui il novecento non è stato avaro, Kafka sembra un po’ alieno da questo cliché ribelle. Si potrebbe snocciolare un rosario di autori, che sono diventati icone della rabbia novecentesca. Ma Kafka no, con quell’espressione mite, proprio no.

Eppure il titolo di questo memoir è non casuale. Mi ha fatto pensare molto. Come fu possibile che Kafka andasse di moda nella capitale della moda della seconda metà del secolo breve se Kafka è, per definizione, fuori da ogni moda?

E perché poi la rabbia?[1]

Broyard è stato un influente redattore letterario del New York Times. È da supporre che conoscesse bene i meccanismi editoriali e di mercato che determinano e definiscono il firmamento letterario. Le stelle che noi leggiamo e ammiriamo. Il titolo è un monito. Guardate, sembra dire Broyard, la letteratura è appesa a una serie di variabili molto fluide, e se oggi Kafka è un simbolo voi siete debitori di quel manipolo di giovani fanatici che erano disposti a pagare qualunque cifra pur di avere un Kafka. La tradizione ha i piedi fragili. Non crediate che non vi sia lotta per l’affermazione del valore letterario. Primo. Secondo. Leggendo questo delizioso, arguto, toccante, sottile, e non conciliatorio memoir, si ha la sensazione che Broyard giudichi tutto il frastuono letterario degli anni ’60 e ’70, non solo newyorchese, con un certo distacco. E dica: guardate, se vogliamo parlare di rabbia, sappiate che c’è una rabbia isterica, fanatica, urlatrice, sloganistica. E c’è una rabbia immota, impassibile, eterna.

Il novecento? Kafka was the rage.

P.s.

Che fine ha fatto la libreria in Cornelia Street?

Un giorno, conclude il capitolo Broyard, entra in libreria un tipo magro, ardente, con le bassette, e mi dà istruzioni di galateo librario. Una libreria, dice, dovrebbe avere un’atmosfera quasi ecclesiastica. Si dovrebbe sentire come un profumo o un aroma di ceri spenti, un’aridità, una certa desuetudine – quasi un’aria di pentimento. Gira gli occhi sugli scaffali, sul pavimento, al soffitto a cassettoni di latta stampata. È troppo pulito qui, dice, troppo fighetto.

Poi arrivano i seccatori. Arrivano i clienti che scambiano la libreria per un confessionale. E che raccontano, male, le storie che sono scritte, bene, nei libri che dovrebbero acquistare e che non acquistano e non leggono. Ecc. ecc.

Dura poco la libreria in Cornelia Street. D’altra parte non si può vivere tutta la vita all’addiaccio. E anche i navigatori più incalliti alla fine si fermano in qualche porto.

«In the contest between life and literature, life wins every time».

_____________

[1] Una signora anglo-italiana, che ha vissuto a New York lungamente, muovendosi nella la scena artistica e letteraria degli anni ’70, mi ha domandato a cena: – Ma lo sai, no, che cosa significa to be all the rage? Prima che rispondessi mi ha tratto d’impaccio: – Si tratta di un modo di dire, significa andare di moda, essere molto popolare in un determinato periodo. Confesso che non lo sapevo. – E la rabbia? domando io. – La rabbia non c’entra niente, conclude lapidaria Joan Fagin. Grazie.

L’ultima cena

I supermercati di quartiere sono nonluoghi dove si viene messi a parte delle vite degli altri, si viene a conoscenza delle vicende ospedaliere o vacanziere o mortuarie di ignote entità spettrali che, all’altezza dei sottolii e dei sottaceti, assumono la subitanea e familiare e transeunte consistenza di persone. Ieri mattina ho appreso della morte dell’anziana professoressa Cavaterra, insegnante di latino e greco, da lunghi anni in pensione[1]. Il gestore del negozio in persona, Angelo, uomo rotondo e gioviale, raccontava che nella casa della professoressa erano state rinvenute migliaia di scatolette di tonno perfettamente intatte. Mentre raccontava continuava a passare i prodotti sopra il lettore ottico. Le tre o forse quattro persone in coda, tra le quali io, fissavano il vuoto ed ascoltavano.

Sulle persone anziane e sole circolano spesso strane voci. Una volta girava la storia di una vecchia barbona che sarebbe morta lasciando sul libretto postale qualcosa come centomila euro. Si sentono storie tristissime, di anziani che si tolgono la vita perché non hanno più i soldi per pagare le bollette. Gli anziani hanno un loro mondo segreto, e segreti drammi.

I particolari del rinvenimento sono stati riferiti ad Angelo il bottegaio da un dipendente dell’Agenzia di Onoranze Funebri Dominicis. Detta Agenzia è quella che sarebbe stata autorizzata ed incaricata dai servizi sociali di accedere al domicilio della defunta professoressa priva di stretti congiunti e di comporne la salma. Quando sono entrati in casa forzando la porta (l’anziana professoressa viveva da anni da sola), hanno trovato la morta in soggiorno, seduta a tavola su una sedia a braccioli. Era rimasta con il busto eretto, la testa reclinata sulla spalla sinistra. La luce del lampadario con le lampadine a risparmio era rimasta accesa, le finestre e le persiane chiuse. La morta aveva occhiali scuri. Sembrava preparata come per una cerimonia, i capelli erano in perfetto ordine, forse la mattina era andata dalla parrucchiera, aveva fatto il colore, bianco argento con riflessi blu elettrico, come un fulmine che balena negli strati di ovatta di una nuvola bianca. Doveva essere morta di notte. Non sembrava avesse vomitato. La tavola era apparecchiata come per un banchetto, con un servizio da dodici, ed era imbandita con piramidi di scatolette di tonno di marche varie, dal Tonno Rio, classico e al naturale, ai tranci di tonno in barattolo di vetro, ai tonni di importazione, come il pregiatissimo Consorcio. Una montagna di tonno e solo tonno. Il tonno è stato ritrovato ovunque nella casa della signora, nelle scatole delle scarpe, dice, e nei cassetti dell’armadio.

Arrivato il mio turno alla cassa, Angelo ha iniziato a far passare sul lettore ottico la mia spesa, e quando ha avuto in mano il tonno che avevo preso, si è fermato, ha alzato su di me gli occhi dardeggianti e ha detto:

– Dotto’, adesso che quell’altra ha finito non mi cominci lei, eh? Una al giorno, una di queste al giorno, per anni. E non le consumava! Brutta malattia la vecchiaia!

E ha scosso la lucida testa rasata.

Uscendo dal supermercato ho provato un senso di irritazione per il tono di furbesca complicità con il quale Angelo aveva liquidato la fine della professoressa come un caso di demenza senile. Non è che Angelo sia un uomo malvagio, ma le cose serie per lui sono i soldi, il campionato, le auto potenti e la salute, le sole cose su cui non si deve scherzare. Il resto è una barzelletta. Anche la morte, probabilmente.

Tornando a casa l’occhio mi cade sulla civetta del Corriere dell’***:

ANZIANA MUORE A TAVOLA, MENÙ A BASE DI TONNO

Ogni volta mi domando: ma perché i titoli dei quotidiani locali devono avere questo tono confidenziale, allusivo e beffardo al tempo stesso, mortificare l’intelligenza dei lettori, stringere con loro un implicito patto burlesco fondato su una visione parodistica dell’evento e dei drammi che pure si consumano anche nella provincia, anzi, soprattutto nella provincia? La concezione del mondo che è in agguato dietro i titoli dei giornali locali è principalmente ispirata dalla falsa coscienza.

Contrariamente alla mia rassegnata aspettativa, l’articolo non era invece del medesimo tono del titolo, era anzi scritto in maniera piuttosto asciutta, lasciando così filtrare una inconsueta pietas, la pietas che emerge quando a parlare sono i soli fatti e le sole circostanze. Dalle scarne righe ho appreso che l’anziana signora, professoressa da anni in pensione, era nata nel 1933, aveva perso la figlia ed il marito nel medesimo anno, il 1977.[2] Dell’altro figlio a Parigi non si faceva menzione, forse per gettare un velo di discrezione su di un rapporto tormentato se non definitivamente interrotto, o forse perché questo figlio non esisteva affatto, nonostante il resoconto di Angelo. L’articolo terminava con un’immagine solenne, tanto da indurmi a pensare che l’autore del servizio fosse un conoscente della professoressa, quando non addirittura un suo vecchio allievo. «L’anziana professoressa, seguendo forse un rito di una di quelle antiche civiltà estinte, di cui per lunghi decenni aveva illustrato le usanze a generazioni di allievi, ha allestito un banchetto funebre per i suoi congiunti scomparsi, e nel corso di esso ha trovato serenamente la morte».

Il cronista si era guardato bene dal cercare una spiegazione sia di quella che palesemente appariva come una monomania, sia della quantità esorbitante del cibo in scatola, anch’essa con i caratteri di un’esagerazione troppo marcata per non avere un significato allegorico.[3]

Alla qualità del cibo prescelto per questo ingente accantonamento potrebbe ricollegarsi un lieto episodio di gioventù, forse la prima escursione fatta con il futuro sposo, un pic-nic fuori mura durante il quale avevano consumato, felicità aggiunta a felicità, una succulenta scatoletta di tonno in due. In questo caso il tonno sarebbe l’equivalente proustiano-adolescenziale della Madeleine, senz’altro più proletario ed industriale, ma i tempi che avevano attraversato i nati negli anni 30’ erano stati duri, solo pochi e fortunati erano i bambini che in quegli anni ricevevano per Natale una tavoletta di cioccolata al latte.

La quantità abnorme, invece, sarebbe il retaggio della penuria patita da bambina, nonché il sogno postumo di un’abbondanza che era arrivata troppo fuori tempo massimo, quando l’appetito non era più robusto come lo era stato invece a dieci anni, sulla montagna.

Questo tipo di spiegazioni hanno tutte il limite di essere circoscritte all’ambito personale e biografico dell’anziana professoressa. Non soddisfano interamente.

Quelle centinaia, quelle migliaia di scatolette e di barattoli fanno pensare all’esercito di terracotta dell’imperatore cinese, come se l’anziana, diversamente dall’ipotesi del banchetto al quale sono evocati ed invitati i defunti, avesse pensato di portare con sé nell’oltretomba quella impressionante scorta alimentare a lunga scadenza, per non morire di fame nel lungo viaggio nell’oltretomba. In questo senso, come gli antichi egizi e gli etruschi, di cui aveva parlato ai suoi giovanissimi alunni, la professoressa Cavaterra aveva voluto farsi seppellire con un’abbondante scorta per l’ultimo viaggio, e la tomba era l’intera sua casa.[4] Non avendo più nessuno che provvedesse a lei nel dotarla dell’occorrente per il suo ultimo viaggio, l’anziana vedova e madre senza più figli aveva dovuto organizzarsi da sola.

Ho scritto di passaggio che il tonno in scatola è un cibo a lunga conservazione. Ho fatto una ricerca su internet e ho appurato che in effetti il tonno in scatola è uno dei cibi di provenienza animale che si conservano più a lungo. Qui può esserci un principio di spiegazione essenziale: l’anziana donna avrebbe accumulato, con la montagna di tonno, un’eredità, la quale, come ogni eredità che si rispetti, deve essere in grado di sostenere gli eredi per un lungo tratto di tempo a partire dalla morte del de cuius. La scelta della tipologia di alimento è, quindi, tutt’altro che arbitraria o frutto di una senile monomania, ma accurata ed oculata. Forse la professoressa ha scelto il tonno perché non le piaceva e non lo consumava, e poteva così accantonarlo.

Resta da capire chi fosse o chi fossero gli eredi. Forse quel figlio diplomatico che vive a Parigi, di cui ho sentito dire da Angelo, e di cui nulla, al contrario, viene detto nell’articolo? O forse il fantasma della figlia prematuramente inghiottita dall’anoressia, che aveva scelto di alimentarsi non più con il buon cibo in scatola ma con le siringhe? Un senso di colpa materno è all’origine di questo imponente lascito simbolico?

Mi accorgo che il cerchio è completo, abbiamo fatto un giro a vuoto e siamo tornati al punto di partenza, cioè all’ipotesi del banchetto approntato per i defunti.

Mi dispiace concludere questo resoconto senza nessuna certezza, e senza neppure sapere che fine faranno tutte quelle scatolette di tonno. Arriverà, da Parigi, il figlio snaturato a raccogliere l’eredità? E che ne farà di tutte quelle scatolette? Organizzerà un banchetto funebre, invitando tutti i vecchi allievi di sua madre? Ecco che rispunta fuori un’altra ipotesi, una scatoletta per ogni allievo in tanti anni di insegnamento, un po’ di cibo che la professoressa-chioccia distribuisce ad ogni allievo-pulcino.

E se il figlio lontano non esiste?

Sarà una questione che risolveranno tra loro, e sotto banco, Dominicis e Angelo, il becchino e il commerciante? Il sorriso e la battuta di Angelo assumerebbero allora un significato sinistro e macabro. In qualità di cibo a lunga conservazione, sebbene acquistato anni fa, il tonno può riciclarsi e tornare sugli scaffali del supermercato, a lato dei sottòli e delle maionesi, e da cibo per i morti transustanziarsi in cibo per i viventi.

Un nero lascito testamentario, destinato ad eredi ignoti ed ignari, è forse il crisma dell’ultima cena della professoressa Cavaterra.

Escluderei invece che il lascito della professoressa sia collegato a quella leggenda globale che si sta diffondendo e per la quale il tonno catturato nel Canale di Sicilia porterebbe tracce di carne umana, quella dei naufraghi delle carrette del mare. Questa diceria, oltre che tutta da verificare, è da escludersi nella fattispecie, atteso che la raccolta antologica delle scatolette di tonno da parte della docente in pensione principia in anni non recentissimi, quando gli sbarchi non facevano notizia e non facevano notizia i naufragi.

Però, chissà?

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[1] La professoressa Cavaterra era nata nel 1933, durante i bombardamenti dell’inverno 1944 era stata sfollata con la mamma e la sorella in montagna; dopo la laurea in Lettere classiche si era sposata nel luglio 1955, nel 1956 aveva avuto una figlia, e nel 1961 un figlio. Nei primi anni sessanta aveva vinto la cattedra al liceo “Beata Angela”, dove era rimasta fino al pensionamento, avvenuto nei primi ottanta, quando ancora si poteva andare in pensione a cinquant’anni.

[2] Negli anni ‘70 la parola anoressia non veniva pronunciata neppure a bassa voce, si disse che la ragazza era morta per via di certe pasticche che prendeva per fare una dieta. Il padre della ragazza e marito della professoressa venne ritrovato due giorni dopo sotto un albero.

[3] Il cibo in scatola è stato, per i bambini nati negli anni ’30 del secolo scorso, un bene di lusso, una prelibatezza per i giorni di festa, portato in quantità omeriche dagli alleati durante la guerra di liberazione. Il cibo in scatola ricordava forse l’infanzia all’anziana professoressa, ma ciò non spiega perché il tonno e non per esempio la carne in barattolo, come Simmenthal o Manzotin.

[4] Nel libro La scultura funeraria dall’Antico Egitto a Bernini di Erwin Panowsky si legge: «[…] I mezzi per rendere felici i morti consistevano, ovviamente, nel fornir loro tutto quanto potesse rivelarsi utile per soddisfare le necessità della vita ultraterrena, vale a dire tutto ciò di cui essi avevano bisogno e di cui si servivano quando erano vivi: cibo, bevande (soprattutto bevande, dal momento che i morti erano concepiti come estremamente assetati), protezioni, utensili, armi, ornamenti o giocattoli, animali e – per persone importanti – servi. […] La più completa documentazione di questa fase – la fase in cui si credeva che la scultura funeraria dovese provvedere al futuro del defunto, a un livello che potremmo definire “magico” – è sicuramente offerta dall’arte degli egizi. Si prendevano infinite precauzioni allo scopo di offrire ai defunti tutto ciò di cui avevano bisogno per vivere bene ed essere eternamente felici. […] Dio non voglia, ma se fossimo sociologi potremmo dire che l’intera civiltà egizia tendeva ad essere “orientata alla morte” più che “orientata alla vita”. Diodoro Siculo ha espresso molto meglio lo stesso contrasto con la frase: “Gli egizi affermano che le loro case sono solo degli alberghi, e che le loro tombe sono le loro vere case».

L’amministrazione della fuga

In quei giorni ognuno amministrava con molta parsimonia le fughe dalle relazioni amorose, dai rapporti lavorativi, dagli impegni politici, dalle congregazioni religiose, dai vincoli famigliari.

Ognuno ne aveva a disposizione tre, massimo quattro.

Tre, massimo quattro pallottole infilate nella cartuccera della propria sorte.

Ogni volta che se ne consumava una, si riduceva la distanza da quella zona rossa di pericolo, di rovina dell’io, di sperdimento nella notte oscura dell’anima.

Gli ammonimenti degli psicurghi erano stati chiari.

Ognuno viveva sopportando sino allo spasimo le relazioni soffocanti, perché le fughe erano state razionate, come il pane in tempo di guerra.

Lui non sembrava soggiacere alla regola parsimoniosa delle tre, quattro cartucce.

Aveva rotto ponti, innumerevoli ponti, si era lasciato alle spalle relazioni minate, si era dato alla fuga in molte occasioni, ma più che fuga si sarebbe detto sparizione, un taglio reciso come la lama della ghigliottina, e nonostante l’infrazione alla regola del tre, massimo quattro non era uscito di senno, si faceva rivedere rarissimamente, ad una manifestazione di solidarietà talvolta, da solo in fondo al corteo, e comunque lontano dal palco degli oratori, o per un funerale,  non a tutti sia chiaro, e non per le ricorrenze ufficiali, non per le feste di compleanno, stava lì senza cartuccera però, senza rivoltella.

 

 

 

I mariti di Elena

Elena non ammette dubbi sul carattere definitivo della sua relazione in atto. È piacente Elena, ha dei bei seni, capelli neri mossi, è forse un po’ pienotta di cosce, ma molto disinvolta e pronta di battuta Elena. Mai ti passerebbe per la mente che Elena possa cambiare fidanzato, che la storia in corso sia soggetta alla caducità delle cose umane. No. Meno che mai ti passa per la mente che potresti essere tu il successore. Tanto più insostenibile è il desiderio che ti suscitano quegli occhi neri, quelle labbra, il giro vita scoperto quando indossa i bleu jeans a cavallo basso; e tanto più netto e indiscutibile è il tacito diniego che quegli occhi, quelle labbra, quel cavallo basso, e quelle gambe solo un po’ pienotte decretano, antiche tavole della legge.

Elena è asseverativa, in lei non c’è spazio per la moderna donna potenzialmente in crisi con il suo uomo. Attorno a Elena aleggia un’atmosfera di vacanze al mare con il suo uomo, un odore di creme solari spalmate sul dorso, un’aria di cocomero al tramonto, di chioschetto sulla spiaggia, di pranzi della domenica dai genitori, di cinema e popcorn, di qualche fine settimana a Praga o Barcellona con un’altra coppia di amici, di certezza sentimentale. Insomma, un’aura di definitività.

Dopo alcuni mesi senza vederla, ieri Elena è tornata in libreria.

Al suo fianco c’era un nuovo fidanzato.

La medesima aria incontrovertibile e definitiva.

Dove leggere cosa

Molti eoni fa quando, nel preparare la valigia, occorreva scegliere quale libro mettervi dentro, l’umanità viaggiante e amante delle lettere si divideva, come di consueto, in due categorie: quelli che andando in Grecia si portavano dietro l’Odissea e quelli che per le vacanze elleniche sceglievano, per esempio, Philip K. Dick.

L’umanità pre-Kindle si divideva in due squadre, quella degli Analogisti e quella degli Antifrastici.

Come nell’accoppiamento cibi vino, così nella scelta del libro della vacanza in taluni prevaleva l’abbinamento per concordanza, in altri per discordanza.

Se vado a New York mi metto in valigia Tom Wolfe o Saul Bellow, dice l’Analogista; no, dice l’Antifrastico, nel cuore della grande mela io mi porto Sofocle.

Se vado in Marocco mi porto Le voci di Marakesh.

Se vado in Pantagonia mi porto Chatwin.

Se vado a Dublino Joyce. A Balbec Proust. A Lubecca Mann.

Se faccio un viaggio on the road mi porto Kerouac.

E così via.

Ma ci sono, lo abbiamo detto, i fieri antifrastici.

Ho visto Asimov sulle Ande.

In Argentina, a Buenos Aires, una signorina vestita di bianco leggeva Pushkin. Che non è Putin.

In spiaggia non si legge Melville, si legge Patricia Cornwell.

E tu, lettore dell’Errore, in quale categoria militi, tra le fila degli Analogisti o tra quelle degli Antifrastici?

La dicotomia si applica facilmente ad ogni circostanza. Se vado in montagna mi porto Rigoni Stern o Solgenitzin? Se faccio un’escursione ad una sorgente mi porto Il canzoniere di Petrarca o Faulkner? E se faccio un giro negli slums di Los Angeles mi porto, con una tanica di birra, Bukowski o Garcia Lorca? E se vado in Tibet Terzani o Celine? E in Sud Africa Coetzee o Mishima?

Come dicevamo all’inizio, la dicotomia è venuta meno. Oggi la scelta di cosa leggere in viaggio la fa per noi un algoritmo, e non c’è da dubitare che la proposta sarà eccellente, la migliore possibile nella soluzione dell’equazione cosa : dove = x : analogia/antifrasi.

L’umanità viaggiante è ora alleggerita di un doppio fardello, quello materiale (i 350 gr per libro cartaceo di una volta) e quello immateriale, l’incombenza di una dolorosa esclusione, tale essendo ogni scelta.

Non dico che siamo privati del gusto della scelta. Questo no. Come ho detto la scelta era un tormento. Quello di cui siamo privati è un’illusione, l’illusoria pregustazione della lettura in viaggio. Proprio così, atteso che ieri il libro restava chiuso in valigia, perché la lettura vera era il viaggio, come oggi il Kindle resta largamente non letto perché, essendo onnipresentemente disponibile con noi l’intera biblioteca di Babele, che fretta c’è di leggere?

P.s.

Io, per la Grecia, a Zakintos, sono stato cerchiobottista. Ho portato Ghiannis Ritsos (prestito di un’amica incomparabile) e Flaiano. Foscolo no, certo.

Che ci fa Flaiano in un’isola dello Ionio?

Che ci faccio io qui?

Scusami letteratura

Scusami letteratura,

mi sono allontanato tanto da te, scusami.

Milton che non ti ho letto, scusami. Goethe che ti ho letto a metà, scusami. Scusami Dickens, che ti vedevo nell’opera omnia in lingua originale edizione Oxford dietro la grata di un armadio della biblioteca comunale, li volevo prendere in prestito quei tuoi volumi, dal primo all’ultimo, liberarli da quella gabbia, ma non l’ho fatto. Scusami letteratura, sono un traditore, un transfuga, riparato nel campo nemico della vita.

Scusami letteratura, a dodici anni passavo il tempo giocando a flipper la pantera e a space invaders invece di leggerti. Scusami letteratura, invece di leggerti mi sono ubriacato per notti e notti, pensando a Pessoa d’accordo, ma a conti fatti disertandoti.

Scusami vita,

mi sono discostato un pochino da te. Nei pomeriggi d’inverno, quando ci si scalda davanti al fuoco, e si beve vino e si sgranocchiano noci e castagne, e i maschi ti tirano giù le mutandine, me ne sono restato in soffitta, nella gelida soffitta, a leggere Baudelaire.

Scusami vita ti ho trascurato,

scusami letteratura se sono uscito di nascosto con la vita, scusami vita se ti ho dato un credito metaletterario, se ho stipulato una fideiussione con una banca di fantasmi.

Scusami, realtà, se non ho scavato un buco al centro del mondo e non ti ho inculato.

Grazie Thomas Mann, grazie per Tonio Kröger e per i Buddenbrok, alla fine, gira che ti rigira, noi siamo una variazione del primo libro che abbiamo veramente letto e amato, amato a letto.

 

A che punto è la notte

Mi sono spesso domandato perché, a distanza di duemila anni, noi (post)moderni sentiamo il bisogno di ritornare all’origine della nostra cultura, ai fondamenti, agli esordi.

Torniamo agli albori. Perché?

Torniamo agli albori perché nella psiche umana agisce la figura retorica della giornata solare, che inizia con le prime luci dell’alba e termina, dopo il tramonto del sole, con le fitte tenebre.

Nell’avanzare del giorno la verità si vela, si nasconde, si perde.[1]

Torniamo agli albori perché ci sembra che i sapienti delle origini (Zoroastro, Socrate, anzi i Presocratici, Confucio, Cristo, ecc. ecc.) ci abbiano visto meglio in quella chiara luce della prima alba del pensiero. Torniamo a quegli albori perché siamo persuasi che in quell’alba dell’umanità i sapienti abbiano messo a fuoco come mai prima e come mai dopo le questioni fondamentali, e che lo abbiano fatto molto meglio, e con più nitore, dei loro dodici seguaci e delle migliaia di epigoni, abbagliati ed accecati dal sole allo zenith, o decisamente traviati dai raggi del sole morente.

Tutta la storia del pensiero umano (che, a essere generosi, avrà sì e no diecimila anni) ci sembra una sorta di errore, ci sembra una sorta di sviamento dal tracciato delle parole originarie pronunciate da quei primi profeti dell’alba. A quelle parole inaugurali facciamo incessantemente ritorno con movimento a ritroso, à rebours. Ci schiariamo le idee immergendo la testa in quelle acque pure e cristalline, in quelle sorgenti mitiche di un fiume che, nel suo lungo viaggio al termine della foce-notte, si è andato ingrossando e inquinando, si è mescolato e contaminato con altre acque di altri fiumi, si è impantanato nelle paludi putride e torbide del nostro smarrimento vespertino.

Questa finzione retorica dell’origine-alba non vale solo per la Chiesa, che da duemila anni non fa che ritornare sui suoi passi, al Cristianesimo delle Origini, ai Primi Cristiani, al Vangelo e alla vita frugale in esso condotta, per raddrizzare le storture e, appunto, le deviazioni del clero corrotto. Questo dispositivo retorico del giorno solare presiede anche alla ricezione di più moderne profezie; agisce anche in relazione a profeti più moderni. I marxisti non fanno altro che tornare a Marx, al primo Marx, sia chiaro, ai manoscritti, ai Grundrisse, al Marx bambino, al Karletto neonato, al feto, forse al semplice gamete di Karlino, perché è là che si racchiude il pensiero autentico, il marxismo libertario, l’araba fenice; ed è da lì che occorre ripartire per azzerare tutte le storture e, appunto, le deviazioni staliniste, totalitarie, ecc. ecc. La medesima coazione a ripetere la ritroviamo, ops, anche nei freudiani, sebbene qui il gradimento si orienti verso l’ultimo Freud, quello dell’Uomo Mosè e la religione monoteistica, il Freud meno càmice bianco e più antropologo barbuto, per intenderci, il Freud che ribalta se stesso, il Freud che nella sostanza dice che il figlio uccide il padre perché lo ama…

E allora, più che domandarci quanto lontana sia l’alba originaria, sovvertiamo il dispositivo (di semplificazione) del pensiero e proviamo a interpellare la sera, il crepuscolo, l’imbrunire e, per essi, la sapienza della notte.

Può essere tenera, può essere di mezza estate, può essere d’inverno se un viaggiatore, può essere luttuosa come una vedova, la Vedova del Giorno, può essere sempre invocata (la sera), può essere amica del veggente, amante di chi veglia, insonne, madre d’angoscia, santa, sorella di chi presoffre, può essere oscura dell’anima. Può essere convegno di amanti e conciliabolo di streghe. Può essere del Medioevo. Può essere degli Dei (il Crepuscolo, Götterdammerung). In essa tutte le vacche sono nere. Può essere una nottataccia. Un nightmare. Può esser peggio che andar di. Può essere dell’Innominato. Può essere di bagordi. Può essere dei Lunghi Coltelli o, peggio, dei Cristalli. Può essere shakespeariana, grondante piogge torrenziali su visi barbuti di congiurati. Può essere lucreziana, può essere serena. Può essere dantesca, atra. Può essere di Valpurga. Può essere baudelairiana, arrivare a passi di lupo, come un ladro. Può essere pessoiana, unica cosa della dimensione dell’Universo. Può essere rilkiana, pregna di cosmico spazio. Può essere vedica, tenebra divina. Atra, atea, non maxista, certo. Freudiana?

Non c’è nessun venerando maestro laggiù in quelle fitte tenebre.

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[1] Non è un caso che i Greci dell’alba, cui quasi ossessivamente ha fatto ritorno Martin Heidegger, nominarono la verità alètheia, che è l’atto di rimuovere tutto ciò che si è incrostato sopra il concetto, e che ne nasconde l’originaria essenza. Questi Greci dell’alba si videro già travisati al tramonto, si cautelarono assai presto…

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Sovversioni non sospette slr

Marcia Letteraria Notturna

A che punto è la notte

Sabato 21 luglio 2018

h 20.00 / 24.00

Popola (Colfiorito), Foligno

sovversioninonsospette@gmail.com

A 26

Leggiamo sulle cronache di domenica 14 agosto, vigilia di Ferragosto, di un terrificante incidente costato la vita a quattro giovani cittadini francesi, che si chiamano Julien, 26 anni, Vincent, 27 anni, Audrey, 24 anni, Elsa, 23 anni.

Viaggiano da poco più di quattro ore, stanno percorrendo l’autostrada, sono le cinque e mezzo del mattino di sabato 13 agosto, non è ancora sorto il sole, prima di pranzo saranno in Slovenia, dove passeranno le loro vacanze.

Il rispetto per le loro giovani vite, e per la vacanza che si accingono a fare, ci impedisce di impiegare i verbi al passato, diversamente dalle cronache dei quotidiani e dai rapporti di polizia. «Le vittime si chiamavano […]», leggiamo nell’articolo di cronaca di domenica 14 agosto[1]. Si può immaginare che Bruno Persano, il cronista, scriva l’articolo nel pomeriggio o nella sera del giorno in cui Julien, Vincent, Audrey ed Elsa attendono ancora che il sole sorga in fondo all’autostrada. Non sono trascorse forse neanche dodici ore dall’incidente, ed il cronista usa l’imperfetto «si chiamavano», che stigmatizza e cristallizza la loro condizione di vittime recentissime in un destino ineluttabilmente consolidato nel passato, come se fossero morte da chissà quanto tempo, come se la loro esistenza fosse già opacizzata ed ostracizzata in una dimensione temporale separata.

Eppure i quattro giovani (due ragazze e due ragazzi), sarebbero a quell’ora in spiaggia, o in camera a farsi una doccia, o a fare l’amore sui letti appena sfatti, o a prendere un aperitivo sulla terrazza, guardando il sole cadere dietro il mare.

I quattro ragazzi stanno ancora viaggiando, ed il viaggio che li accompagna al termine della notte sarà lungo, non dura soltanto lo spazio di un verbale di polizia.

Il loro lungo viaggio inizia da quando sono piccoli, anzi da prima, da quando sono neonati, da quando sono ancora dentro la pancia delle loro madri. Da quando i loro genitori si sono conosciuti, e si sono amati sui letti delle vacanze.

In quei bambini che giocano, che si attaccano al seno materno, che ridono, che piangono, che iniziano a barcollare come anziani malfermi, chi potrebbe dire: ecco i segni del destino? Nei giorni estivi delle vacanze, in quelli invernali in cui fa buio presto e i ragazzi tornano infreddoliti dalla palestra, chi potrebbe ravvisare un segno del malaugurio? A scuola studiano la geografia, e chi potrebbe spiegare loro che da un punto minuscolo sull’atlante, un piccolo paese poco conosciuto, viene il loro assassino?

Passano lenti eppure velocissimi gli anni, e quasi senza preavviso i ragazzi, le ragazze di meno, voltano le spalle ai genitori. Silenzi, lunghi musi, liti sugli orari, sotterfugi, bugie, fumo proibito. In qualche caso salta la comunicazione. Si insatura un cupo rumore di fondo, simile a quello di una battaglia lontana. Le polemiche, le sfide, le scelte per il futuro. Morire a vent’anni stronca la possibilità di un nuovo incontro tra figli cresciuti e premurosi e genitori finalmente affrancati dal loro ruolo d’ordine.

Con il groviglio dei vent’anni che li accompagna i quattro giovani stanno dunque percorrendo l’autostrada. Hanno da poco varcato quello che un tempo era il confine di stato tra Francia e Italia. Non sanno che tra poco varcheranno un altro confine invisibile.

Dovremmo sperare, e forse pregare, che tutti, tranne il conducente, si siano assopiti sui sedili, assumendo posture diverse. Lasciamo che dormano. Probabilmente c’è una musica di sottofondo che tiene sveglio chi guida, la musica preferita di uno di loro. Non tentiamo neppure di indovinare che musica sia, la precisione sui gusti musicali è molto importante.

Non c’è menzogna più grande di quella immorale giustificazione a posteriori cui si dà convenzionalmente la denominazione di appuntamento con il destino. Nessun appuntamento, nessun destino. Il destino è una tecnica di rilassamento, serve, a chi sopravvive, a farsi una ragione, a non uscire di senno, a non lasciarsi divorare dalla rabbia per la banalità e l’evitabilità di quanto accaduto, a non annegare nel mare delle possibilità alternative.

È così che le mosse del pirata[2] della strada, dell’assassino del Q7, non possono prendere l’avvio con un fare sinistro e minaccioso. Non c’è grandiosità nel male, non c’è destino. Non è qui che può essere soddisfatto il bisogno di consolazione.

E non c’è nessun soggetto cinematografico scritto. Il cinema ci ha abituato alla falsa sincronicità. Il montaggio ci mostra, da un lato, i ragazzi assopiti sui sedili con una musica a basso volume che scivola sulla quiete della notte, e, dall’altro lato e allo stesso orario, il tam tam primitivo e industriale della discoteca «Kascia», sul cui rosso tappeto splendidamente esce, salutando, con un amichevole pugno sul poderoso bicipite, il giovane della sicurezza con l’auricolare, I. B., al suo fianco la ragazza russa T. Ancora un’inquadratura sulle teste ciondolanti dei ragazzi e poi un piano-sequenza sui due giovani che, alticci, si avviano verso il Suv con il frastuono attutito della discoteca alla spalle. Scatta la freccia sinistra della Opel per superare una macchina, scattano le quattro frecce che si illuminano all’apertura telecomandata della Audi, il tipico tic-tac della freccia accesa da un lato, il nuovo bip seguito dal rumore metallico della serratura che si sblocca, dall’altro. Con il dolby surround un effetto acustico di sicuro impatto.

Basterebbe solo che un rivale russo strisciasse di nascosto tra le auto e, con un coccio di bottiglia, squarciasse la ruota del Suv del giovane impresario albanese perché i quattro ragazzi francesi stessero ora a prendere il sole in spiaggia, e non nella cella frigorifera dell’obitorio di Ovada.

E invece indisturbato il Suv si muove, Q7 si incammina, monta, come un grosso bestione, sulla rampa, come un semovente, come un rottweiler della strada viene lanciato all’attacco e alla guerra.

Va alla guerra che ogni giorno e ogni notte si scatena sulle strade[3].

Il muso da predatore di Q7 annusa l’aria in velocità, e pregusta l’odore del sangue. I. inveisce contro qualcuno che era in discoteca, bestemmia, si accende una sigaretta e la passa a T., le mette una mano sulla coscia nuda, sul lembo degli shorts, le dita scivolano sulla pelle color cappuccino del sedile, così morbida, e sente da lei la parola coraggio. O la sente dentro di sé, poco importa. Gli spacco la faccia, porca madona. Torno indietro e gli buto giù i denti.

Non c’è nessun cellulare da andare a recuperare tra i divanetti del «Kascia», come agli agenti dirà Q7 all’alba. E non c’è nessun errore nel rientrare dalla corsia di uscita. C’è, molto semplicemente, un’inversione a U, per recuperare non il cellulare ma per guadagnare qualche minuto, quelli che ci vogliono a raggiungere il prossimo casello, pagare, uscire e rientrare. Una inversione a U per riannodare all’indietro il nastro della rabbia, prima che svanisca, prima che la discoteca chiuda. Alle cinque del mattino non c’è quasi nessuno sulla strada, e se qualcuno c’è gli faccio prendere un belo spavento. Glielo faccio vedere io a quelo là.

Se così fossero andate le cose sarebbe orribile. Ma purtroppo questa non è l’ipotesi peggiore.

Q7 fa l’inversione a U alle cinque del mattino per non pagare il pedaggio una seconda volta, per risparmiare cinque euro, tanto costa il tratto autostradale Alessandria-Arenzano.

E allora ecco come si muore alle cinque del mattino per cinque euro, con cinquantacinquemilaseicentocinquanta euro di lamiera, di cristalli, di pelle color cappuccino, di tecnologia, di design, di stereofonia che si presentano senza invito a quello che non era nessun appuntamento, e dettano la loro legge sovrana, il loro codice di supremazia e morte istantanea.

Purtroppo quest’ultimo non è lo scenario più insensato.

E, ci domandiamo con una pena che resta impigliata, come un uccellino sul fil di ferro, su quei cellulari raccolti sull’asfalto, stranamente superstiti, che squillano all’impazzata sulla scrivania dei poliziotti per tutta la mattina, ci domandiamo se non ci fosse nessun russo con il quale fare i conti, nessun rivale a cui buttare giù l’arcata dentaria, ma solo un gioco pericoloso prima dell’alba.

– Non ce l’hai il coraggio?

–  Sì, ce l’ho il coraggio.

[15-20/08/2011]

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[1] La Repubblica, p. 23.

[2] Nessun pirata, a voler essere precisi. I pirati hanno un codice d’onore. Lasciamo a ciascuno di trovare l’epiteto più adatto.

[3] Una guerra non dichiarata ma di cui all’indomani viene pubblicato il bollettino, una guerra sostenuta e finanziata dalle case automobilistiche, che ricavano un utile aggiuntivo dagli incidenti stradali, una guerra censurata dai media, che relegano le questioni a fatalità e inevitabilità quando non a spettacolarità, una guerra non ostacolata dai politici che si guardano bene dall’inasprire il codice penale, essendo loro i primi guerrieri della strada, una guerra cancellata dagli addetti stradali che ripuliscono l’asfalto dalle tracce ematiche in pochissimi minuti.

Nightmare (un documentario?)

Non ero più tornato lì. Mi sentivo a disagio con loro. Mi sembrava che vivessero esperienze già troppo da adulti, per le quali non mi sentivo pronto. Mi sentivo non in grado.

Ero passato per la strada dove abitava una di loro. Vedo che stanno giocando. E vedo uno di loro che accompagna al cancello una donna anziana, forse sua nonna. Penso che allora anche questo ragazzaccio abbia dei sentimenti buoni. Mi sento rincuorato.

Mi fermo. Arrivano gli altri. Ci stendiamo su un prato. Io li faccio mettere vicino a me. Siamo stesi sull’erba un po’ intrecciati gli uni agli altri, come cuccioli.

Dal fogliame e dall’intrico dei rami scorgiamo un felino che sopraggiunge. Un cucciolo di un giaguaro, forse. Ci alziamo di scatto. Salta fuori da qualche altra parte un gatto. Forse il gatto di uno di loro.

È subito guerra tra i due. Noi in piedi assistiamo sgomenti ai primi assalti violenti e rabbiosi.

Le cose si mettono male. Sappiamo che il combattimento è mortale.

Io dapprima non guardo, poi mi faccio forza ed apro gli occhi.

Ora uno strano animale, forse un rettile, forse un piccolo mammifero si interpone tra i due, andando ad abbracciare il gatto già molto ferito.

Il felino cessa gli attacchi. È interdetto, e non si sente di attaccare un animale per il quale non prova l’odio che sente per il suo simile. Se attaccasse, l’attacco porterebbe sicuramente alla morte al rettile.

Noi siamo stupiti,  e increduli. Io dico che bisognerebbe avere una videocamera. Che è bellissimo, che è una cosa incredibile.

Sopraggiunge un altro animaletto, ancora più piccolo del rettile. Questo si dirige verso il felino che resta bloccato nella sua posa di assalto e lo abbraccia. Un’altra interposizione.

Ora se il gatto pensasse di contrattaccare, sbarazzandosi del rettile e piombando sul felino frastornato dalla nuova presenza, potrebbe anche farlo. Ma si troverebbe di fronte un animaletto che non conosce, e per il quale non prova odio. E massacrerebbe un essere indifeso.

Siamo tutti sconvolti. C’è un’emozione fortissima.

Io comincio a piangere dalla commozione. E dico vedete allora la natura ci può salvare, possiamo fidarci, possiamo stare in pace e piango e alludo all’ostilità che c’era stata tra noi per due mesi e sento una gran voglia di abbracciarli mentre piango mi hanno di nuovo accolto tra loro lo sento ora lo so.

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Foto di copertina Alice Mazzarella, #nightmare, https://www.instagram.com/alicemzzl/?hl=it, courtesy l’autrice.