Pietrificare le ombre?

Ho tra le mani la prima edizione di Rayuela di Julio Cortázar, uscita a Buenos Aires nel 1963 per i tipi di Editorial Sudamericana. Il colophon, in maiuscoletto, recita: Se terminó de imprimir el día ventiocho de junio del año mil novecientos sesenta y tres en los talleres gráficos de la compañia impresora argentina. S.a., Calle Alesina 2049 – Buenos Aires.»

Acquistai quest’esemplare nel 2005, il 25 aprile per l’esattezza, ad una mostra mercato del libro antico e raro a Foligno.

L’esemplare presenta vari timbri di proprietà, a cominciare dal frontespizio: PROPRIETÁ DI FLAVIAROSA ROSSINI NICOLETTI E GIANNI NICOLETTI.

Rayuela frontespizio

Flaviarosa Rossini Nicoletti è stata la traduttrice italiana, per la casa editrice Einaudi, de Il gioco del mondo (Rayuela), uscito in Italia nel 1969, nonché di altre opere di Cortázar.

L’esemplare che ho in mano è quello sul quale Flaviarosa Nicoletti Rossini ha condotto la traduzione. Ciò si evince inequivocabilmente dalle annotazioni a matita e dai segni a pennarello rosso e blu presenti sul celebre TABLERO DE DIRECCIÓN (TAVOLA D’ORIENTAMENTO)[1]. Come si può vedere dall’immagine che riproduco, sul margine destro della tavola la traduttrice annota a biro blu, con sottolineatura a pennarello rosso, gli invii progressivi della traduzione alla casa editrice. 100 spedito, 200 spedito, e così via, fino a 500 (il libro conta in toto 635 pagine).

Rayuela Tavola

È da presumere che ogni centinaio di pagine tradotte Flaviarosa Rossini Nicoletti facesse un plico e andasse alla posta.

Il 28 maggio 1969 Julio Cortázar scrive da Parigi ad Italo Calvino. Nella lettera l’autore di Rayuela menziona espressamente la traduttrice Flaviarosa Nicoletti Rossini.[2]

Come ho detto, l’esemplare che ho in mano lo acquistai nel 2005. Flaviariosa Nicoletti Rossini è deceduta nel 1982, due anni prima di Julio Cortázar. Il consorte della traduttrice, Gianni Nicoletti, comproprietario dell’esemplare, è mancato nel 2007. Nel 2005 Gianni Nicoletti, sopravvissuto alla moglie, aveva 81 anni (era nato nel 1924). È probabile che l’anziano studioso di Sade, Rimbaud e Baudelaire abbia ceduto, in parte o in tutto, la biblioteca comune prima della sua morte, e comunque prima del 2005. Non c’erano eredi, forse, o, se c’erano, come spesso accade, non erano interessati a custodire e a perpetuare la biblioteca. Si era trasferito in una casa più piccola, chissà, o forse lo hanno portato in una casa di riposo.

*

La prima annotazione a matita è a pagina 16. Flaviarosa appunta il significato dell’espressione gergale «pensando en pájaros pintos» (alla lettera, pensando agli uccelli variopinti), equivalente a «distraída», o a «pensar en las musarañas» (alla lettera, pensare ai toporagni). Nella traduzione Einaudi diventerà «[la gente] sempre con la testa per aria».

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C’è poi il disegnino di un doppio cucchiaio da the, del «cucchiaio-trappola», e l’annotazione in inglese: tea. You shut the double spoon and put it in the cup (p. 19); c’è la sottolineatura della parola «patafísica» e l’annotazione a margine Alfred Jarry (p. 20); c’è la sottolineatura dell’espressione «restaurante bacán», e l’annotazione a margine elegante, caro; c’è la sottolineatura dell’espressione «parcelación Tupac-Amaru» e l’annotazione a piè pagina jefe inca que los españoles ejecutaron descuartizándolo en 4 caballos. Metaforicamente Ol. se siente tironeado por todos lados (capo inca, che gli spagnoli giustiziarono squartandolo con 4 cavalli. Metaforicamente Oliveira si sente tirato da ogni lato, p. 32); c’è la sottolineatura del qualificativo «sirio» e l’annotazione Jesus (nel testo Einaudi diventa «il nazareno»); c’è, saltandone altre, la sottolineatura del verbo «descomer»[3], e l’annotazione defecar (p. 51); e la sottolineatura «el de Duino», e l’annotazione Rilke (sempre p. 51). Un malizioso filologo potrebbe baloccarsi non poco nella vicinanza di due annotazioni così concettualmente distanti come «defecar» e «Rilke». Un lettore distratto penserebbe solo che Rilke deve andare al gabinetto.

Annotazione_1

Annotazione Tupac

L’ultima annotazione a lapis è a pagina 57 (capitolo 11). Riguarda il participio «petrificado», nella frase «Sì, la electricidad es eleática, nos ha petrificado las sombras». L’annotazione riporta come statico quindi pietrificazione. Nella traduzione Einaudi diventa: «Sì, l’elettricità è eleatica, ci ha pietrificato le ombre».

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Poi le annotazioni a lapis cessano. Potrebbe essere la spia di un cambio di metodo. Chi aiutava Flaviarosa a dipanare i dubbi interpretativi? Ha mai sentito l’autore al telefono? Gli inviava lettere con richieste di chiarimento?

*

Dal 2005 l’esemplare in questione è stato in vendita sul portale maremagnum.com ad un prezzo tale da scoraggiare anche i cultori più dissennati di Cortázar. Da qualche mese a questa parte ho rivisto il prezzo, portandolo a livelli di mercato meno irragionevoli.

Qualche giorno fa ho ricevuto una richiesta. Viene dalla Spagna, da Barcellona. È un collega libraio, probabilmente ha un cliente cortazariano o vuole mettersi in magazzino un pezzo unico, non lo so.

Non pensavo che lo avrei venduto. Speravo di non venderlo. Domani il libro partirà per Barcellona.

Prima di accettare l’offerta di acquisto una voce si è insinuata nella mia coscienza dicendomi: – Ora che hai smesso di fare il libraio professionalmente, potresti finalmente anche tu consegnarti al feticismo del libro, a questo godimento massimamente interdetto a chi commercia in libri. Ma poi nel teatro della mia coscienza sono avanzati gli opliti delle impellenze finanziarie, che hanno aperto una breccia; ed in questa breccia ha fatto irruzione la guardia a cavallo del cosacco che è in me, niente tabernacoli, niente altarini, niente vetrine chiuse a chiave. Questo libro riguadagna il suo destino di passare di mano in mano. Faccio quello che fece prima della sua morte l’anziano Gianni Nicolini, senza peraltro che egli avesse, è da immaginarlo, particolari urgenze finanziarie.

Questo esemplare ha traversato l’Oceano, probabilmente in nave, come il suo autore. Ha ripercorso all’inverso la toponomastica di Rayuela, che inizia a Parigi, in Europa (dall’altra parte) e termina a Buenos Aires, in America latina (da questa parte). Mi domando ora, mentre cerco il cartone per impacchettarlo, che cosa potrà aver pensato Julio tenendo in mano un esemplare come questo nel 1963. Quando aprì il pacchetto della casa editrice. Questi stessi caratteri, questa carta, questa impaginazione.

Non so, in fondo un autore credo che sia deluso dal vedere ridotto a un volume così piccolo un’impresa così grande. E che sia nauseato dal veder moltiplicato in mille copie quell’oggetto, se mai gli capita di visitare i magazzini editoriali. A meno che non sia un megalomane. E Cortázar, almeno che io sappia, non lo era. L’unica cosa che lo aiuta a superare delusione e nausea è il miraggio di qualche dollaro in banca, per andare avanti e viaggiare. I primi anni a Parigi Cortázar è campato a stecchetto.

E poi, lo scrive lo stesso Cortázar in una lettera[4], «la vita in ogni caso è sempre un poco questo, cercare cose che non esistono. Forse, cercandole, le creiamo, le tiriamo fuori dal nulla». Quelle che esistono, è opportuno che ce ne liberiamo. Mi viene da chiosare così.

E poi, cosa facciamo? Pietrifichiamo le ombre?

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[1] Come è noto, l’avvertenza che apre il romanzo offre al lettore due possibilità alternative di lettura: «A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. Il secondo lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo. In caso di confusione o poca memoria, basterà consultare la lista seguente (lista che qui si omette, n.d.r.)».
[2] Julio Cortázar, Cartas 1969-1983, Alfagura, 2002. Ecco il testo della lettera (tr.it s.m.):
«Caro Italo:
grazie per la tua lettera, di cui mi sarebbe piaciuto parlare con te di persona, ma dato che tu sei a Torino e io dopodomani parto per Kampala, ti invio queste righe per non perdere tempo; penso che in base a quello che ti dico qui la casa Einaudi potrà prendere decisioni senza ulteriore perdita di tempo, e al mio ritorno dall’Africa (verso il 16 di giugno) sarò a tua disposizione per tornare a parlare di questi problemi.
Il piano di pubblicazione che mi sottoponi non mi sembra del tutto soddisfacente, ma penso che possiamo trovare una soluzione che ci trovi d’accordo. Mi piacerebbe che esaminassi la seguente controproposta: a mio parere, Einaudi tira fuori dal dimenticatoio Los premios per guadagnare tempo, cioè a dire, per far sì che la medesima traduttrice abbia il tempo di tradurre Los cronopios e 62. Io non ho alcun motivo per oppormi a che detta traduttrice si occupi di entrambi i libri, però mi sembra invece che se (Einaudi, n.d.t.) traducesse Los cronopios e al tempo stesso Flaviarosa si occupasse di 62 ci sarebbe da un lato un guadagno di tempo e dall’altro io avrei una soddisfazione morale importante. In effetti, nonostante la diversità delle opinioni che possano esserci sulla qualità delle traduzioni o dei traduttori, io non posso né voglio dimenticare che Flaviarosa si è sempre occupata dei miei libri con profondo interesse, e sono un poco sorpreso del fatto che rimanga scartata dal piano di pubblicazione dei miei libri.
Riassumendo, la mia proposta sarebbe la seguente:
Giugno 1969: Rayuela
Dicembre 1969: Los cronopios
Giugno 1970: 62
Fine del 1970: Los premios
È evidente che questo piano suppone affidare la traduzione dei due libri a due traduttori diversi; ed è qui che mi interessa sentire la tua opinione. Personalmente (e tu come scrittore lo puoi capire meglio di chiunque altro) a questo punto della situazione la pubblicazione di 62 mi interessa molto di più che quella de Los premios, soprattutto perché è una sorta di prolungamento o getto di Rayuela e al pubblico italiano interessa molto di più leggere 62 dopo Rayuela, mentre Los premios vale più come anello a monte della catena. Non ho colpa se Los premios sia rimasto nelle retrovie, ma non mi interessa più di tanto che passi di colpo al fronte ora che c’è un altro mio libro che mi sembra più attuale e più interessante per il pubblico italiano.
Resta, poi, in piedi la questione de Il giro del giorno in ottanta mondi, sulla quale non mi dici niente. Anche di questo parleremo al mio rientro.
Appena sarò di nuovo a Parigi ti telefono. Grazie ancora e un abbraccio dal tuo amico
Julio»
[3] «¿Y el Tiempo? Todo recomienza, no hay un absoluto. Después hay que comer y descomer, todo vuelve a entrar en crisis.» («E il Tempo? Tutto ricomincia, non c’è assoluto. E poi bisogna riempire lo stomaco e vuotarlo, tutto ritorna in crisi»).
[4] Lettera a Jorge Bolechover, Parigi, 28 luglio 1965 (in Cartas 1964-1968, cit.). Si tratta di uno studente che aveva letto il racconto Fine del gioco e chiedeva all’autore dove si trovasse la casa di cui si parla. Julio Cortazár inizia la lettera di risposta così: «Questa casa non esiste. È nata da alcuni ricordi di infanzia (i treni, le vie, i terrapieni sono molto importanti per i bambini). Tutto il resto lo ha messo l’immaginazione. Mi fa piacere, comunque, che il suo professore le abbia chiesto di cercare la casa[…]»

Kafka was the rage

«Everyone was influenced by Kafka in those days. People in the Village used the word kafkaesque the way my parents used veteran».

Che cosa sia stato aprire una libreria dell’usato a New York (Greenwich Village) nel 1946 lo racconta molto argutamente Anatole Broyard. Poco più che ventenne, il futuro influente critico letterario, reduce dal fronte asiatico, mise nell’impresa libraria i soldi guadagnati con il mercato nero in Giappone. Ogni luminosa impresa ha la sua origine oscura.

L’idea di una libreria gli era venuta alle tre di notte, al porto di Yokohama. Yokohama era stata rasa al suolo dai bombardamenti, gli abitanti dormivano in baracche di macerie e il porto era diventato una immane latrina a cielo aperto. Il suo primo incarico come ufficiale portuale fu di ripulire e bonificare l’area. Aveva ai suoi ordini duecentoventi soldati, che supervisionavano il lavoro di mille e cinquecento prigionieri giapponesi. Quella notte, erano le tre, stava seguendo le operazioni di scarico di una nave quando ebbe l’idea. «For something to do, I was thinking about books, trying to see if I could quote passages or whole poems the way some people can».

Gli vengono alla mente solo alcuni mozziconi di versi di Wallace Stevens («my favorite poet»). E ricorda: «It was reassuring to think, in the middle of the night in this foreign place, that were people in the world who would take the trouble to write things like that. This was another, wonderful kind of craziness, at the opposite end from the craziness of the army».

Aprire una libreria, dice Broyard, è l’ultimo dei gesti romantici, come vivere all’addiaccio o imbarcarsi in giro per il mondo

Il futuro scrittore, critico letterario e editor che ha una relazione, sessualmente avant-garde, con una giovane pittrice, protégée di Anaïs Nin; che abita a pochi isolati da dove si è stabilito W. H. Auden (lo vede inciampare e cadere all’uscita di un negozio); che segue alla New School le lezioni di docenti non ancora celebri come Eric Fromm, Meyer Shapiro, Gregory Bateson, Edmund Wilson; che medita con i compagni sulle ultime tendenze «in art, sex and psychosis»; che riaccompagna in hotel la moglie di Dylan Thomas, dopo una festa terminata con una colluttazione tra prime donne, e che ha lasciato sul tappeto, ubriachissimo, il bardo Gallese; questo giovane amante delle lettura prende per trecento dollari il fondo di un rigattiere italiano e, dopo averlo svuotato di vecchi boiler, radiatori, tubi, lavandini, ecc., vi apre la sua libreria. Aprire una libreria, dice Broyard, è l’ultimo dei gesti romantici, come vivere all’addiaccio o imbarcarsi in giro per il mondo.

«Nineteen forty-six was a good time for a second hand bookshop, because everything was out of print and the paperback revolution had not yet arrived. People had missed books during the war, and there was a sense of reunion, like meeting old friends or lovers. […] buying books became a popular postwar thing to do. For young people […] books were like dolls or teddy bears or family portraits. They populated a room».

Se svolessimo dare una rappresentazione grafica della fortuna del libro a partire da Guntenberg, intendendo con tale espressione sintetica il tasso di desiderio e di produzione del libro, collocando sull’ordinata le città topiche e sull’ascissa lo scorrere dei secoli, vedremmo succedersi Venezia nel cinquecento, le città anseatiche nel seicento, Parigi nel settecento, Londra nell’ottocento. Nel novecento la parabola comincia a declinare. Però è indubbio che New York abbia, proprio a cavallo del novecento, segnato un punto non irrilevante su questo diagramma immaginario.

Sì, è vero, scrive Boyard, «people still read books now [alla fine degli anni ’80, quando Anatole Broyard scrive il memoir, n.d.r.] and some people actually love them, but in 1946 in the Village our feelings about books – I’m talking about my friends and myself – went beyond love. It was as if we didn’t know where we ended and books began. Books were our weather, our environment, our clothing. We didn’t simply read books; we became them. […] »

[…] se non fosse stato per i libri saremmo stati completamente alla mercè del sesso

Sarebbe fin troppo facile dire che ci rifugiavamo nei libri, continua Broyard. Ma sarebbe più corretto dire che i libri si rifugiavano in noi. I libri erano per noi quello che le droghe furono per i giovani degli anni ’60. I libri ci dischiudevano l’orizzonte delle possibilità. Finora qualunque cosa avessimo vissuto era vicina e a portata di mano, i libri ci portavano a grandi distanze. «We had known only domestic emotions and they showed us what happens to emotions when they are homeless». Fin qui tutto sommato un tribute al potere espansivo della lettura. Ma poi Broyard dice una cosa strana: i libri ci dettero equilibrio, furono per noi una specie di bilancia: «[…] the young are so unbalanced that anything can them fall». E, cosa ancor più strana, se consideriamo i poteri della lettura, e in apparente contrasto con il loro potere psichedelico sopra evocato, se non fosse stato per i libri, dice Broyard, saremmo stati completamente alla mercè del sesso. Per uno che è stato con una accolita del circolo di Anaïs Nin, una considerazione del genere lascia il lettore disorientato. Come, ma se siete stati voi i primi a schiudere il vaso di Pandora del sesso libero! Voi che avete preparato nei vostri loft sgarrupati l’avvento del binomio art=sex!

Eppure. Eppure le cose sono un po’ meno tagliate con l’accetta di quanto i posteri – questi presuntuosi semplificatori del tempo passato – non siano disposti a riconoscere. E Broyard, con queste sue contro-osservazioni, offre un grande servigio di verità al lettore.

Il sesso era una faccenda complicata anche nel 1946. Anche chez Anaïs Nin.

Torniamo alla stamberga adibita a libreria in Cornelia Street.

Sebbene leggessimo ogni sorta di libro, prosegue Broyard, solo una manciata di scrittori erano i nostri zii, la nostra famiglia. «For me, it was Kafka, Wallace Stevens, D.H.Lawrence, and Céline». Da diligente libraio, però, Broyard non si limita ad offrire al pubblico solamente i suoi lari, e sulla Quarta Strada, dove si concentrano molte librerie, acquista al 20% di sconto libri in base al titolo, al soggetto, alla legatura, o alla casa editrice. «Although I had never read Balzac, I bought a fifty-volume uniform edition of his novels in a red binding with gold-edged pages. I got it for only nineteen dollars». Si facevano affari, allora, sulla Quarta Strada.

Al Village c’erano persone che avevano più libri che soldi, e quando si trovavano in bolletta io mi facevo avanti, ricorda ancora Anatole Broyard. Come uno che compra un cane, io assicuravo che avrei dato ai loro libri una buona casa. Ma era un triste business, perché molte di quelle persone soffrivano di ansia da separazione. Coloro che cadevano in depressione nel cedere i propri libri tendevano a svalutarli, mentre altri, quelli che sviluppavano una sindrome isterica, chiedevano somme così spropositate che capivo che ciò che stavano vendendo era la propria anima. «Pricing an out-of-print book is one of the most poignant forms of criticism».

Kafka a quei tempi era tanto popolare nel Village quanto Dickens lo era stato nella Londra Vittoriana

E arriviamo ai consigli, naturalmente. Vedendo quanto ero giovane, tutti mi davano consigli. Prendi Christopher Caudwell, dicevano. Prendi Kenneth Burke, William Empson, F.R. Leavis, Paul Valéry. Prendi Nathanael West, Céline, Unamuno, Italo Svevo, Hermann Broch, The Egyptian Book of the Dead. Edward Dahlberg, Baron Corvo, Djuna Barnes, prendi anche loro. Ma soprattutto, ad ogni costo, dovevo prendere Kafka. Kafka a quei tempi era tanto popolare nel Village quanto Dickens lo era stato nella Londra Vittoriana. Ma i suoi libri erano difficili da trovare – dovevano essere stati stampati con tirature ridottissime – e la gente sarebbe accorsa con gli occhi sgranati, quasi con la bava alla bocca, disposta a pagare qualunque cifra per Kafka.

E qui veniamo al titolo. Oggi Kafka è, più che uno scrittore, una categoria del pensiero umano. Sembra che Kafka ci sia da sempre, che la sua presenza storica nei primi anni del XX secolo non esaurisca la sua presenza terrestre o celeste. Si parla anche di una funzione Kafka, per designare tecnicamente un certo tipo di racconto surreale-paradossale-esistenziale: nessuno si meraviglia se, per esempio, diciamo che un mito di Ovidio ha elementi kafkiani. Kafka rimonta indietro nel tempo, ridefinisce la storia della letteratura a ritroso, fa quello che dovrebbe fare un classico. Rimodula la tradizione. E questo è, penso, abbastanza incontrovertibile.

Quello che invece non viene facile da pensare è associare Kafka e la rabbia. Perché? Con tanti autori incazzati e maledetti di cui il novecento non è stato avaro, Kafka sembra un po’ alieno da questo cliché ribelle. Si potrebbe snocciolare un rosario di autori, che sono diventati icone della rabbia novecentesca. Ma Kafka no, con quell’espressione mite, proprio no.

Eppure il titolo di questo memoir è non casuale. Mi ha fatto pensare molto. Come fu possibile che Kafka andasse di moda nella capitale della moda della seconda metà del secolo breve se Kafka è, per definizione, fuori da ogni moda?

E perché poi la rabbia?[1]

Broyard è stato un influente redattore letterario del New York Times. È da supporre che conoscesse bene i meccanismi editoriali e di mercato che determinano e definiscono il firmamento letterario. Le stelle che noi leggiamo e ammiriamo. Il titolo è un monito. Guardate, sembra dire Broyard, la letteratura è appesa a una serie di variabili molto fluide, e se oggi Kafka è un simbolo voi siete debitori di quel manipolo di giovani fanatici che erano disposti a pagare qualunque cifra pur di avere un Kafka. La tradizione ha i piedi fragili. Non crediate che non vi sia lotta per l’affermazione del valore letterario. Primo. Secondo. Leggendo questo delizioso, arguto, toccante, sottile, e non conciliatorio memoir, si ha la sensazione che Broyard giudichi tutto il frastuono letterario degli anni ’60 e ’70, non solo newyorchese, con un certo distacco. E dica: guardate, se vogliamo parlare di rabbia, sappiate che c’è una rabbia isterica, fanatica, urlatrice, sloganistica. E c’è una rabbia immota, impassibile, eterna.

Il novecento? Kafka was the rage.

P.s.

Che fine ha fatto la libreria in Cornelia Street?

Un giorno, conclude il capitolo Broyard, entra in libreria un tipo magro, ardente, con le bassette, e mi dà istruzioni di galateo librario. Una libreria, dice, dovrebbe avere un’atmosfera quasi ecclesiastica. Si dovrebbe sentire come un profumo o un aroma di ceri spenti, un’aridità, una certa desuetudine – quasi un’aria di pentimento. Gira gli occhi sugli scaffali, sul pavimento, al soffitto a cassettoni di latta stampata. È troppo pulito qui, dice, troppo fighetto.

Poi arrivano i seccatori. Arrivano i clienti che scambiano la libreria per un confessionale. E che raccontano, male, le storie che sono scritte, bene, nei libri che dovrebbero acquistare e che non acquistano e non leggono. Ecc. ecc.

Dura poco la libreria in Cornelia Street. D’altra parte non si può vivere tutta la vita all’addiaccio. E anche i navigatori più incalliti alla fine si fermano in qualche porto.

«In the contest between life and literature, life wins every time».

_____________

[1] Una signora anglo-italiana, che ha vissuto a New York lungamente, muovendosi nella la scena artistica e letteraria degli anni ’70, mi ha domandato a cena: – Ma lo sai, no, che cosa significa to be all the rage? Prima che rispondessi mi ha tratto d’impaccio: – Si tratta di un modo di dire, significa andare di moda, essere molto popolare in un determinato periodo. Confesso che non lo sapevo. – E la rabbia? domando io. – La rabbia non c’entra niente, conclude lapidaria Joan Fagin. Grazie.

Condoglianze virali dall’Immacolata Accademia Reale di Svezia

Un mio amico scrittore, di cui non è assolutamente importante qui rivelare il nome, non celebre ma neppure completamente anonimo, mi ha fatto una telefonata. Da qualche giorno sta diventando virale, negli ambienti letterari, la seguente beffa: si telefona alla scrittore X, caro amico di vecchia data, anche se sta un po’ sui coglioni a tutti, e gli si fanno le condoglianze.

– Mi dispiace, sai, mi dispiace davvero. Sono costernato, sinceramente addolorato per te.

Lo scrittore X, che non capisce, chiede:

– Ma di cosa, scusa?

– Ho saputo che quest’anno l’Accademia di Svezia… questi abusi sessuali… insomma… che quest’anno… a ottobre…niente Premio. Mi dispiace, davvero, sarà per il prossimo anno. Fatti forza, un grande abbraccio!

Lo scrittore X generalmente manda a quel paese il suo amico e la sua boutade, ma non sono trascorsi nemmeno dieci minuti che il nostro apre la rubrica (una volta si sarebbe detto: alza la cornetta) e cerca il contatto del suo amico scrittore Y, che non sente da mesi. X chiama Y e lo prende per il culo.

Y reagisce male, ma, chiusa la conversazione, chiama a sua volta il suo amico scrittore Z, ed ecco che la cosa è virale.

Dato che in Italia siamo, più o meno, tutti scrittori, aspèttati a breve una telefonata del genere, caro lettore dell’Errore, ammesso che non sia tu a prendere l’iniziativa e a farla per primo.

Beffe a parte, la sospensione del Premio-letterario-più-prestigioso-del-mondo, che lascia sgomento l’intero pianeta delle umane lettere, ci induce a sottoporre all’Immacolata Reale Accademia di Svezia una proposta, che sarà inoltrata a breve per il tramite dell’Ambasciata italiana a Stockholm.

“Philip Roth insegna che la porcaggine è umana e terminerà con l’umanità, che comunque è prossima alla fine”

La porcaggine letteraria di Philip Roth è ciò che, notoriamente, ha sempre indotto l’Immacolata Accademia di Svezia a tenere a debita distanza lo scrittore newarchese dai fiordi.

Philip Roth insegna che la porcaggine è umana e terminerà con l’umanità, che comunque è prossima alla fine. Se vogliamo dirla tutta, anche uno scrittore casto e pio, letterariamente parlando, come Bernard Malamud, intervistato sul futuro della narrativa nell’epoca della dittatura della tv, eravamo allora a metà degli anni ’80 dello scorso secolo, dichiarava: «La narrativa, la letteratura, non moriranno mai. Almeno fino a quando gli uomini e le donne faranno sesso e quindi avranno bisogno di raccontarlo». Punto.

A proposito di porcaggine degli scrittori, e dato che domani apre il 31° Salone Internazionale del Libro di Torino, nell’anno 2006 fui testimone di una cosa che voglio qui riferire, mantenendo l’anonimato dello scrittore in questione. Ero andato, come spesso mi capitava in quegli anni, al Salone, e mi appoggiavo allo Stand della Regione Umbria. Ogni venerdì sera (la fiera di Torino apre i battenti normalmente il giovedì e termina il lunedì successivo), attorno alle diciotto, lo stand della Regione offriva, per consuetudine, un rinfresco di vini e cibi tipici dell’Umbria. Ciaùscolo, pecorino, Sagrantino di Montefalco. Una calca che non vi potete immaginare. Ma una calca non solo del pubblico, ma di scrittori e editori che abbandonavano i loro impegni per precipitarsi al buffet dei prodotti tipici umbri. Bene. Io giravo per il salone per invitare qualche illustre figura che magari incontrassi per i corridoi. Mi avventuro verso la sala diritti al primo piano, dove non va nessuno dei visitatori, ma solo gli addetti ai lavori. E colà, seduto su un divano circolare, affranto, stanco, occhialuto, riconosco il grande scrittore italiano ***. Allora aveva sessant’anni, però non era messo benissimo, grande fumatore, magro, un po’ trascurato, così mi era parso. Non provare a indovinare chi fosse, non darò sufficienti indizi. Esule dall’Italia, comunque, o semi esule, voce molto ascoltata dalla sinistra radicale, penna sferzante contro Berlusconi, quando ancora in Italia c’era un aggregatore degli intellettuali di sinistra. Mi avvicino, mi presento, lo invito al rinfresco tipico, lo invoglio con il pecorino, lui mi sta a sentire e poi mi dice: – Va bene, vengo, ma siediti un attimo. Devo aspettare la *** della casa editrice ***. Magari portiamo anche lei.

Io mi siedo, onoratissimo, ed anche lievemente imbarazzato. E qui avviene l’inimmaginabile. Forse perché mi avrà scambiato per un pecoraro e non per un libraio, forse perché era scazzato o stanco o tutte e due o tre le cose insieme, fatto sta che ad un certo punto, mentre gli raccontavo del fatto che qualche anno prima avevo portato in macchina al Salone una porchetta direttamente dall’Umbria e che tale porchetta aveva fatto il suo ingresso, nonché la sua porca figura, entrando dall’entrata principale del Lingotto, come un cadavere squisito, bene, lui mi interrompe e mi fa:

– Guarda quella che bel culo.

Io non credo alle mie orecchie. Ma come, lui, proprio lui, lui che ha tradotto un poeta che a tutto pensava, e quando dico tutto dico proprio tutto, tranne che alla fica, o al culo, lui che è l’erede di una tradizione narrativa dell’amarezza e della malinconia, lui, proprio lui, lui il fustigatore delle orge berlusconiane?

Alzo gli occhi, e guardo il deretanto allontanarsi. Il bello è che non era proprio tutto questo bel culo, almeno per i miei standard. Mi sembrava un po’ troppo di taglia forte, se proprio la devo dire tutta. Ma de gustibus.

Torna la responsabile della casa editrice, in tre ci dirigiamo verso lo Stand della Regione, dove lo scrittore*** viene accolto come una star.

“La letteratura non è il parlare di letteratura, come il mangiar bene non è il parlare di cibo. La letteratura passa, come passa quel culo, bello o brutto. Inutile afferrarla, come quel culo.”

Ci ho ripensato tante volte a questo episodio. E per tutti questi anni, dodici per l’esattezza. Nel frattempo, qualche anno più tardi, lo scrittore *** è morto. Non vi dico i coccodrilli della sinistra. Per carità, uno dei pochi scrittori italiani che forse ha detto qualcosa. Ci ho ripensato molte volte, dicevo, e i primi anni la dominante in me era: sono tutti porci, anche quelli che meno lo diresti. Poi, andando avanti negli anni, e forse diventando anche un po’ più porco io, il mio giudizio ha iniziato a modificarsi. Ma sì, in fondo lo ha detto per fare una battuta, per rompere l’assedio delle trecento interviste a cui sarà stato sottoposto in quei quattro giorni torinesi da trecento giornalisti, i quali tutti gli avranno chiesto cosa pensava di Berlusconi e che cosa voleva sostenere con la sua ultima raccolta di racconti. Poi, andando ancora avanti negli anni, mi è venuta, recentemente, l’illuminazione: lo scrittore*** mi ha dato un insegnamento. La letteratura non è il parlare di letteratura, come il mangiar bene non è il parlare di cibo. La letteratura passa, come passa quel culo, bello o brutto. Inutile afferrarla, come quel culo. Ma c’è ancora di più, e questa idea mi viene in mente mentre scrivo: lo scrittore*** è come se mi avesse detto: pensano che, siccome ho tradotto e fatto conoscere un grande poeta malinconico, pieno di inquietudini, siccome sono contro Berlusconi, siccome sono uno scrittore del crepuscolo, per cui si fa sempre più tardi, ecco, per questo, coglioni, pensate che io non guardi i bei culi?

E qui torniamo alla Reale Immacolata Accademia di Svezia.

E a un morto non ci avete pensato? A uno che, tecnicamente parlando, non è più in grado di molestare? A uno che, in vita, guardava i culi, li contemplava, li elogiava, li salutava mentre si allontanavano nel crepuscolo, senza mettere le mani addosso? Un Nobel come un Requiem? Lo avete dato ad una rockstar, avete abbattuto il recinto del canone, e ora, avanti tutta, datelo a un morto!

Tra l’altro, niente condoglianze per gli scrittori morti, niente telefonate del cazzo, come quella che ho ricevuto anche io dall’amico scrittore W, forza ragazzi, quest’anno è la volta buona!

 

La ragazza definitiva, Castelvecchi e le suore

Fiera del libro di Torino 2007. Venerdì 11 maggio, ore 20:30, Spazio autori Caligaris A. Presentazione del libro La ragazza definitiva di Gisy Scerman, Castelvecchi Editore.

L. ed io ci sediamo in postazione piuttosto arretrata, per svignarcela più agevolmente se opportuno.

Alle 20:37, presenti nove persone tra il pubblico, Alberto Castelvecchi, di nero vestito, prende il microfono e presenta la presentatrice del libro, poi l’autrice dello stesso, facendo capire subito che il vero protagonista dell’incontro è lui, Alberto Castelvecchi, l’Editore.

Ma, come vedremo, si sbaglierà. Almeno per quanto concerne me e L.

Castelvecchi apre illustrando le linee guida editoriali della omonima casa editrice: la ricerca di tutto ciò che è eccentrico, irregolare, marginale è il faro verso cui sempre ha navigato e naviga la casa editrice. La letteratura del brutto rappresenta uno degli esiti più alti di questa ricerca, la quale peraltro può vantare padri fondatori del calibro di Baudelaire e di Céline. In questo quadro si inserisce a pieno titolo Gisela, Gisy per gli amici, Scerman.

– Per introdurre la quale – dice Castelvecchi – cederei la parola a […], giornalista de Il resto del Carlino.

Qui francamente si fa fatica a rammentare quello che la giovane giornalista ha detto, se non parole come fetish, bondage, sadomaso. Temi questi di cui – assicura la presentatrice – trasuda il libro di Gisy, libro crudelissimo che non risparmia nessuno, né gli uomini né le donne ma neppure la protagonista stessa, alter ego dell’autrice.

La quale annuisce con un sorrisetto.

Non ho detto come è vestita l’autrice.

Lo dico mentre arriva il suo turno di parlare, e mentre mette subito in chiaro che le pratiche estreme descritte nel suo libro sono tutte farina del suo sacco, frutto della sua personale esperienza di modella fetish. Conoscenza diretta, insomma, e non di seconda mano.

– Questo non significa necessariamente che ancora oggi – prosegue l’autrice – io continui in quelle pratiche, tanto più che ormai è diventato trendy parlarne nei salotti borghesi, e forse anche farle…

Come è vestita Gisy?

A metà strada tra la contadinotta tirolese, di quelle che servono i boccali di birra a Monaco di Baviera, e una ragazza provocante di un college inglese. Manicotti di camicia corti, con gli svolazzi. Il massimo del fetish, evidentemente, o più esattamente, del post-fetish.

Riprende in mano il microfono Alberto Castelvecchi. Per vivacizzare un po’ la poco elettrizzata e affollata platea, ci va giù pesante.

– Senti, Gisy, tu lo sai che gira questa voce, che se una ragazza vuole pubblicare con me prima me la deve dare. Vorrei da te una pubblica smentita, proprio da te che sei una scrittrice che mi ha sedotto anche personalmente, nella mia sensibilità, nel mio gusto estetico.

Anche Castelvecchi ha una sua sensibilità, dunque.

– Non smentisco affatto, sono io che ho chiesto se potevo dartela, e tu hai accettato.

– Ma non mettere in giro queste cose, per favore…-, ribatte Alberto visibilmente compiaciuto.

– Ma dai, scherzavo, lo sanno tutti che sei gay! (pronuncia con la «e» chiusa).

Sotto i riflettori della XX edizione della Fiera del libro Castelvecchi è raggiante, un imperatore vezzeggiato dalle sue ancelle. Il protagonista assoluto.

Quando d’improvviso qualcosa interviene a strappargli il primato.

Due suore anziane e due consorelle altrettanto anziane si inseriscono dall’ala laterale destra dello spazio letterario per andarsi a sedere dall’altro lato in seconda fila.

Momento di incredulità dal palco, accentuato dalla maggiore spigliatezza con la quale gli oratori cercano platealmente di fare finta di niente.

Le suore e le consorelle sedute in seconda fila sono invece lo specchio della imperturbabilità. Le prime con il velo blu sul capo, le seconde con il capo canuto non accennano la minima mossa.

Alberto Castelvecchi mantiene il saldo controllo, e rilancia la partita.

– Dice Oscar Wilde che gli uomini parlano con le donne per andarci a letto, mentre le donne vanno a letto con gli uomini per poterci parlare. È anche il tuo parere, Gisy? Ed è vero per te che ogni maschio esplicitamente o implicitamente la chiede sempre?

Né i veli blu né le canizie sembrano fare la benché minima mossa.

Gisy risponde con alcuni gridolini e alcuni distinguo. La giornalista presentatrice, un po’ in disparte quantunque al centro del palco, cerca una qualche visibilità, e non trova di meglio che dire che lei non è così fortunata (o troia?) come Gisy, a lei non è mai capitato di essere considerata soltanto come oggetto del desiderio. E poi ritorna al libro.

– Tu scrivi (e cita la pagina) che il tuo obiettivo era sfondare senza essere sfondata… Sei ancora di questo avviso?

Colpo di scena. Mentre Gisy replica che il suo obiettivo resta comunque e sempre quello di scegliere da chi eventualmente farsi sfondare, dal lato destro del parterre sopraggiunge una anziana diacona che apostrofa, gridando sotto voce, le suore e consorelle sedute tetragone in seconda fila:

– Non è qui, vi siete sbagliate!

Come molle, le anziane religiose scattano in piedi all’unisono, e in fila indiana abbandonano la ragazza definitiva, il fetish e il sacerdote della cerimonia, Alberto Castelvecchi.

L. ed io crepiamo dal ridere, ma in fondo siamo dispiaciuti perché la presenza delle suore aveva dato brio alla noiosa conversazione fetish.

La presentazione si conclude con la lettura di quello che viene annunciato come un assaggio del contenuto hard del libro… e che si rivela una pagina – pure ben scritta, di sapore tondelliano – che parla di un certo Bepi, che è il filosofo del paese, e che in dialetto veneto dice: «Quanti vuto che savesse cosa xe un’aporia in tutto il Veneto? Puchi de sicuro: mi, Cacciari e alti du, tri» («Quanti vuoi che sappiano cos’è un’aporia in Veneto? Pochi di sicuro: io, Cacciari e altri due o tre.»)

Simpatici questi feticisti.

Riconsiderando la feccenda (sic) a freddo, L. e io abbiamo concluso che Castelvecchi e le sue ancelle hanno tradito un certo imbarazzo davanti alle suore. Le suore no (anche se le vedevamo solo di spalle). Che non si siano rese conto?

Uhm. C’è da dubitarne.

P.S. – Mi sa che ‘sta ragazza definitiva non è un brutto libro, mi dice L. il giorno dopo avendolo sfogliato allo stand Castelvecchi.

 

Chi è il Sommo Pontefice della Letteratura in Italia oggi

Questo post, fondato su di un assunto destituito di ogni fondamento, e cioè che la Letteratura sia una Chiesa e che gli Scrittori siano i suoi Sacerdoti, apre un virtuale conclave e lo chiude con la fumata bianca: Habemus Papam Hecclesiae Litterarum!

Errata corrige: Papa Francesco, il Papa vero, ha esordito nel suo pontificato, affacciandosi per la prima volta dalla finestra su Piazza San Pietro, con un: «Buonasera», e non «Buongiorno», come erroneamente si dice qui (ma il buonasera è ancora più confidenziale del buongiorno, quindi il concetto espresso, anziché a indebolirsi, viene a rafforzarsi). Non a caso questo blog prende le mosse da un errore, e se perfino Kafka ha sbagliato… È poi vero che Papa Francesco abbia aggiunto: «Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo.» Però questo inciso sembra riconnettersi, più che a un tema apocalittico, a una battuta con echi pop music (R.e.m.) o cinematografici (Wim Wenders). Il sacro è nel pop?
Libri di cui si parla in questo post:
Ernst H. Kantorowicz, I due corpi del re. L’idea di regalità nella teologia politica medievale
Giorgio Agamben, Opus Dei. Archeologia dell’ufficio. Homo sacer, II, 5

 

Buonanotte, senatori. Il dolore fantasma e la morte delle lingue (morte)

Noto un fenomeno che sta dilagando. L’elogio delle lingue morte. Da un anno a questa parte gli scaffali delle librerie, delle poche rimaste, ma anche quelli dei capannoni denominati supermercati, hanno ospitato, accanto alle pile dei bestsellers più patinati, anche libri che, elogiando lingue morte, non sono in odore di mass market.

Un fenomeno bizzarro, che desta un certo interesse. In me anche una certa apprensione. Le lingue morte si stanno sgretolando come roccia basaltica sotto le intemperie del secolo brevissimo.

Si è cominciato con il titolo Viva il latino di Nicola Gardini[1]. Viva il latinoUn libro che si è guadagnato pure un posticino nella classifica dei libri più venduti.

È seguito il libro La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco, sulla bellezza del greco antico. Anche qui ingresso in classifica.

Da ultimo il libro Ama l’italiano. Cosa perdiamo se perdiamo l’italiano.

In questa apologetica, genere letterario che come religioso frequento assiduamente, si nasconde un epicedio. C’è l’elogio funebre di un morto. Il morto non sono le lingue, già dichiarate tali statutariamente, per quello che concerne il greco antico ed il latino, ma la trasmissione di esse. Qui sta il cadavere. Non è, mi domando e vi domando, strano che nel momento in cui si abbandonano a se stessi gli studi cosiddetti classici, zampillino fuori questi testi che oscillano tra l’inno (viva, geniale, amare, ecc.) e il disperato senso della perdita? La circostanza che gli autori di questi testi non siano solo addetti ai lavori, come Nicola Gardini, ma anche dilettanti, come dichiaratamente e filologicamente si autoproclama Andrea Marcolongo, sta a segnalare che somma è la perdita, e che non concerne solo la turris eburnea. Il plauso di un non piccolo pubblico certifica la vastità del lutto.

Siamo davanti ad un’antinomia. Per cercare di scioglierla ci può venire in soccorso Marshall McLuhan, il celebre ermeneuta statunitense. Nel saggio Guerra e pace nel villaggio globale[2] McLuhan dice una cosa molto semplice: la comparsa di un nuovo ambiente tecnologico genera dolore, perché impone, in termini sensoriali, un adattamento ad un sistema più oneroso del precedente. Guerra e pace nel villaggio globaleMa genera anche un dolore secondario, un dolore fantasma, quello collegato alla perdita dell’ambiente precedente (nel nostro caso, che coincide con l’esempio fatto da McLuhan, è l’ambiente fonetico-alfabetico sorto nella Grecia del V secolo a.C. e che, fino ad oggi, o a ieri -stando alla lucida profezia/diagnosi dell’autore, che ha detto queste cose cinquant’anni fa – ha connotato ciò che convenzionalmente intendiamo quando parliamo di cultura occidentale). Il dolore fantasma è quello nettamente percepito da alcuni pazienti e localizzato in un arto amputato. I libri che elogiano le lingue morte sarebbero dunque degli anestetici per alleviare il dolore fantasma dell’amputazione linguistica.[3]

Ma veniamo all’Italiano, la cui esistenza in vita dovrebbe essere fuori discussione. Qui non dovremmo provare alcun dolore fantasma.

E invece no.

Presto non si conoscerà più la differenza tra stallone, stalliere e stallatico. Forse rimarrà soltanto un vago riecheggiamento di un celebre attore americano.

Presto non distingueremo più tra governatrice e governante. Tra governare e rigovernare, intesa, quest’ultima locuzione, non come equivalente di doppio mandato. Qualche governatrice avrebbe fatto meglio a fare la governante, o viceversa, data la veniente equipollenza semantica, con beneficio dell’intero governatorato, o dell’intiera rigovernatura, fa lo stesso.

Presto molti penseranno che una litote sia una litigata colossale, una maxi rissa fuori dalla discoteca. I prolegomeni saranno presto scambiati per un particolare tipo biologico di legumi. E presto sarà difficile convincere che introiettare non stia a significare il comportamento un po’ troppo disinibito di qualche ragazzetta.

Saper distinguere, per esempio, la differenza che corre tra avversario ed avversatore, queste sottili sfumature che rendono la lingua un patrimonio inestimabile.

Non voglio vivere in un’Italia che non conosce più il significato di una parola come guiderdone.

Le parole che non usiamo più sono fantasmi che ci arrecano dolore.

Che peccato. Poi arriverà per davvero il momento di svanire, di sgretolarci noi come roccia basaltica, e, ve lo dice uno che già ci è passato, saremo sul punto di svanire quando parole come premessa e promessa perderanno il loro tratto distintivo e sembreranno voler significare una stessa cosa, come la medesima cosa significheranno ormai verbi come scoraggiare e scoreggiare, ma non ci sarà più il tempo né per scoraggiarsi né, forse, per emettere un ultimo peto, non sarà più il tempo delle promesse e tutta la vita sarà stata soltanto una lunga, breve premessa senza svolgimento.

Se saremo fortunati avremo l’ultimo flatus vocis per salutare:

– Buonanotte, senatori.

__________________________

[1] Nicola Gardini, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile. Secondo l’autore una delle più belle parole della lingua latina, che ne ha moltissime di belle, è la parola umbra, ombra. Nella fonetica di questa parola si racchiude un’essenza semantica. La u iniziale sancisce e indica un che di buio, di notturno, il lato oscuro. Ma poi questa parola si mette faticosamente in cammino e attraverso un accidentato sentiero di labiali, emme e bi, arriva sulla cresta aguzza della rotativa erre, per guadagnarsi, al finale, la dispiegata luce della a. L’ombra tende alla luce. Che bello. Viva i filologi! Non sarà allora un caso, aggiungo io, se uno dei versi più belli della poesia latina contiene la parola umbra, seppure declinata al plurale. «Maioresque cadunt altis de montibus umbrae.» È Publio Virgilio Marone che lo scrive, nella prima Ecloga delle Bucoliche. Sta per scendere la notte. C’è un congedo, due destini si separano. Il fortunato vecchio dice al più giovane: «Dove vai a quest’ora? Aspetta, ti posso offrire un riparo per la notte, qui non mancano latte e castagne. E più lunghe dall’alto dei monti scendono le ombre.» Al di là di ogni rilievo morale, c’è qui la potenza visionaria di un’immagine. Sapete, quell’attimo transeunte in cui le ombre si allungano. Quelle di noi umani e quelle delle montagne. Gigantesche. Virgilio è più visionario di David Lynch.

[2] Marshall McLuhan e Quentin Fiore, Guerra e pace nel villaggio globale (tit. or. War and Peace in the Gloabal Village, 1968), Apogeo, 1995, trad. it. Tony Stanley. Si tratta di un libro già ipertestuale, pubblicato cinquant’anni fa esatti, con moltissime didascalie in margine, principalmente tratte da Finnegans Wake di James Joyce, e molte illustrazioni nel testo, foto, vignette, disegni, pubblicità. Ha la veste di una fanzine, molto artigianale, in realtà siamo in presenza di un libro d’artista. Libro fuori catalogo e rarissimo. Noto che il nome proprio dell’autore, forse uno dei filosofi che, accanto a Günther Anders, ha meglio argomentato le istanze pacifiste nel secolo scorso, sia meravigliosamente perfetto. Ce ne fossero, di marescialli come lui! Mi metterei subito sull’attenti!

[3] Il dolore fantasma si ha anche allorquando un paziente richiede l’amputazione di un arto sano, ma che gli provoca un dolore insopportabile. È a dir poco stupefacente che, fino a quando, recentemente, le acquisizioni neuroscientifiche non hanno dimostrato che la richiesta di amputazione di un arto sano ma dolente da parte di un paziente è la conseguenza di un tilt neurologico (per semplificare), la medicina e la psichiatria hanno ricondotto il fenomeno a una forma di psicosi. Peccato si trattasse di persone per tutti gli altri versi perfettamente sane di mente e lucide. Che bell’imbroglio! Per portare a conclusione il ragionamento, avvertendo il dolore per la scomparsa delle lingue che non ci sono più (arti amputati) saremmo tutti, o saremmo stati, almeno quelli che lo provano, matti.

Il secolo beve. Bukowski, Mahler e l’uso militare delle droghe

Benché non ne facesse sfoggio, ed anzi, tenesse la cosa ammantata da un tenace riserbo, Malebranche nutriva ambizioni letterarie ed editoriali, che si concretizzavano in una congerie di progetti più o meno bislacchi: uno di questi era un libro intitolato Il secolo beve, una carrellata degli scrittori e dei poeti più ubriaconi del XX secolo, con tanto di classifiche, tabelle (etilometriche), schede biografiche, aneddoti, ecc. L’idea gli era venuta durante una conversazione con Gloria Guerra attorno a Bukowski. Non era bizzarra quella passione di Buk per la musica classica?

– La passione per Bukowski verso Brahms e Mahler – aveva detto Malebranche – è, oltre che un genuino interesse, un vezzo esibito contro la musica pop in ascesa, che accendeva il jazz e i Beatles e spegneva la musica classica, nonché – aveva aggiunto – una bizzarra forma di antipatriottismo, visto che la cultura tedesca non godeva negli States di grande favore nei decenni successivi al Second World War.

Si erano stappati due Red Hook e si erano chiesti, con tutto il dovuto rispetto per Brahms e Mahler (che nome straordinario, quest’ultimo, per un compositore maledetto…), quanto cazzo di birra doveva aver trangugiato Bukowski in tutta la sua birrosa esistenza. Per Malebranche poteva essere l’equivalente di una fottutissima piscina olimpionica, mentre Gloria Guerra aveva sostenuto, calcolatrice del cellulare alla mano, che i metri cubi di birra tracannati dal Chinasky equivalevano a un fottutissimo laghetto alpino. Non erano poi così ubriachi.

Insomma il novecento, più ancora che il secolo iniziato male e finito presto e peggio, secondo la tesi dello storico marxista inglese[1], più ancora che il secolo delle ecatombi mondiali, della bomba atomica, della radio, della televisione, del cinema, del jazz, dello sbarco sulla luna o della sua messinscena, era stato il secolo in cui si era più bevuto nella storia umana, fiumi di vino, di birra, di whisky, di vodka, di acquavite erano scorsi giù per le ripide gole del secolo, e avevano bevuto tutti, proletari e capitalisti, contadini e operai, impiegati e dirigenti, fascisti e comunisti (ma gli anarchici più di tutti, i più lucidi di tutti, comunque), cattolici e frammassoni, intellettuali e bifolchi, preti e suore, soldati e ufficiali, poliziotti, doganieri (sbronzo come un doganiere, si dice non a torto), carrettieri, magistrati, medici, professori universitari e bidelli, prostitute, gli artisti, eccome se avevano bevuto, gli attori, i cantanti, le rock star poi non ne parliamo, tutti avevano bevuto più del dovuto, ma, al di sopra di tutte le categorie sociali e umane, quella che inalberava il vessillo del primato era la combriccola degli scrittori e dei poeti, che si erano bevuti di tutto, anche il loro stesso cervello.

– Come fai a sopportare la bomba atomica se sei un poeta? E come fai a sopportare il jazz? Ha ragione Buk. E allora bevi, ovvio che bevi, bevi più di chiunque altro – disse Malebranche.

Il secolo aveva dunque bevuto per dimenticare, o semplicemente per farsi coraggio. Era una delle teorie di Malebranche. La grappa per mandarli a morire nelle trincee della prima guerra mondiale. Poveri ragazzotti di campagna. Era cominciato così il secolo breve.

– Nel secondo round dell’ecatombe erano già tutti ubriachissimi, per questo è stato possibile il Grande Sterminio.

– Però Hitler era astemio.

– Era vegetariano, peggio.

– Cioè anche Hitler beveva?

– Pippava.

– Come Freud?

– E come no? Non si spiega altrimenti quel suo continuo sollevare il mento e spostare il naso di lato arricciando la narice. A meno che non gli puzzasse il fiato o gli puzzassero i baffi.

– O tutte e tre le cose insieme.

– Sta di fatto che uno scrittore ebreo francese si è messo nei panni di un ufficiale nazista che fa carriera nella Gestapo e che si viene a trovare nel bunker a Berlino poco prima della fine. Indovina che fa: prende a morsi il naso di Hitler.[2]

– Sembra una barzelletta.

– Hitler a Vienna prima dell’Anschluss si stende sul lettino del dottor Freud. Tutto quel casino non sarebbe successo. Potevano farsi una striscia insieme, e Adolf avrebbe fatto pace con la sua origine ebraica.

– La coca conferma l’uomo nel proprio delirio di onnipotenza. Cioè sclerotizza le sue più profonde paure. No. Ci voleva un cannone di nero afgano, o direttamente l’oppio. Se i potenti della terra assumessero oppio, i popoli non sarebbero più ottenebrati da nessuna religione e non sarebbero succubi di nessun asservimento.

– Dicono però che i nazisti facessero uso di allucinogeni. In un libro mi pare di aver letto che conoscessero il peyote.

– Può darsi. Dalla grappa passiamo alla droga. I nazisti erano fattissimi, come anche i marines in Vietnam. Napalm e pere. Questa fu la strategia, peraltro perdente.

– Quindi l’uso voluttuario della droga non è un’invenzione consumistica.

– L’eroina e la cocaina sono all’origine una precisa somministrazione militare.[3] Il fatto che si sia continuato a somministrarle in epoche posteriori di apparente pace, indica invece che non c’è stata nessuna pace, siamo stati in guerra in tutto il secolo breve e oltre. Ti sembra un caso che l’Ente Monopolista di Somministrazione della Droga (EMSD) sia la mafia? La mafia ha in appalto dallo Stato la distribuzione di droga nello stato di guerra permanente. La mafia è il quartier generale dell’esercito.

– Quindi un cannone di nero resta l’ultima opzione diplomatica prima che la parola passi alle armi.

Gloria Guerra stava rollandosi una canna.

– Però i Beatles no, non me li toccare.

__________________________________________

[1] Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve.

[2] Jonathan Littell, Le Benevole.

[3] Lukasz Kamienski, Shooting up. Storia dell’uso militare delle droghe, Utet, 2018. Anche la serie TV Peacky Blinders, ambientata a Birmingham nell’immediato primo dopoguerra (secondo una idiota partizione di quello che sarebbe più appropriato chiamare Guerra europea dei trent’anni 1914-1945) conferma, nella sua accurata ricostruzione storica, che dalle trincee si ritornava, chi ritornava, tossici.

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Edoardo Sanguineti legge Neruda in Libreria

Alcuni anni orsono  Edoardo Sanguineti viene invitato dalla Libreria Carnevali, allora nella originaria sede di Via Pignattara a Foligno, per parlare e leggere poesie tratte dalla sua (al tempo) ultima raccolta Il gatto lupesco. Poesie (1982-2001).

Un’alluvione di parole contro la quale il lettore si imbatte, nel tentativo di trovare un appiglio tra lo sforzo richiesto di entrare nel testo e l’uso che Sanguineti fa della lingua e delle lingue.

Leggere Sanguineti è come andare ad asparagi per qualcuno: la ricerca può essere lenta, sono più gli asparagi calpestati che quelli raccolti, però alla fine lo trovi, un asparago.

«Io la capisco bene quando lei parla di una inabilità nell’andar cercando qualcosa.

Quando io ero piccolo, mio padre, i miei genitori amavano molto andare a cercar funghi, e io li pestavo continuamente, non ne vedevo mai uno e suscitavo sempre le urla della famiglia che diceva: – Guarda lì! L’hai pestato!

E credo che sia abbastanza vero che uno che sfoglia questo libro  può avere l’impressione di cercare qualcosa su cui riposare un momento.»

E.S.

In quella occasione, era il 2004, ricorrevano due centenari: 700 anni dalla nascita di Francesco Petrarca e 100 da quella di Pablo Neruda.

Oltre all’ironico tentativo di trovare un’impossibile e paradossale relazione tra i due, Sanguineti intraprende un lungo discorso su Petrarca come «ultimo poeta medievale» e sul paesaggio come astrattissima forma di allegoria nella sua opera. Successivamente, decide di leggere la poesia Mi piace quando taci di Pablo Neruda, che definisce «una delle bellissime poesie del novecento», una delle due scelte da lui  in occasione della pubblicazione di un volume di poeti italiani in omaggio a Neruda, per il quale era stato chiesto a Sanguineti di contribuire.

L’errore di Kafka è lieto di offrire ai suoi lettori l’ascolto di questo documento esclusivo. Il gatto lupesco, il letterato più avanguardista e sperimentale del secondo novecento italiano legge in libreria Neruda, affatto avanguardista e sperimentale, e si commuove. E noi con lui. Ciao ciao.

 

Credits:

Foto di copertina Nino Calamuneri

 

27 gennaio, il minuto di silenzio che non finisce

Alcuni anni fa, non importa quanti, sono stato invitato dalla Preside del Liceo classico, pedagogico ecc. di Assisi ad allestire un banco di libri all’interno dell’istituto in occasione del giorno della memoria. Alle dieci del mattino era stato organizzato l’incontro degli studenti con don Aldo Brunacci, allora già molto anziano, ora purtroppo defunto. Don Aldo Brunacci è il sacerdote che salvò innumerevoli ebrei durante l’occupazione tedesca, nascondendoli nei conventi di clausura di Assisi.

Quello che segue è il resoconto della mattinata.

La mattina è di quelle grigie. E nel grigiore universale il grembiule granata di Albertina è un faro nel mare della memoria scolastica sbiadita. Albertina era già bidella negli anni ottanta, quando io frequentavo il Liceo «Sesto Properzio», benché ubicato in altra sede. È sull’orlo della pensione, così mi dice mentre scambiamo i saluti.

Aula magna. Buongiorno ragazze, sono la vostra preside, cioè la vostra superprofessoressa. A me, in quanto preside, spetta di coordinare le attività didattiche, ed è in questo senso e per tali finalità istituzionali che oggi… la voce della preside ingaggia una lotta disperata con il frastuono vorticoso dei termoconvettori, che gettano fuori aria gelida. Poi il tecnico di laboratorio riesce a far partire l’impianto e con il microfono è finalmente possibile prepararsi al racconto della Shoah in termini meno strazianti.

Sapete, ragazze, chi è don Aldo? Don Aldo è… è stato nominato… il suo nome è ricordato nel giardino dei saggi…

Don Aldo:- … dei giusti.

Preside:- Sì, nel giardino dei giusti di Gerusalemme. Don Aldo ha aiutato molti ebrei a nascondersi nei conventi di Assisi, ed in questo modo li ha salvati dalla deportazione e dal lager.

Don Aldo, che oltre ad essere sacerdote, era stato anche insegnante di storia e filosofia nelle scuole superiori, si avvicina alla lavagna, quella per i pennarelli, e scrive tre date:

1936

1939

1941

Tre semplici date, meglio tre anni. Senza scrivere accanto l’avvenimento, però, diversamente dalle cronologie dei manuali di storia.

Sono cinque anni, un arco di tempo identico agli anni del ginnasio e del liceo, dice don Aldo.

  1. Leggi razziali. Don Aldo legge un documento dell’epoca. La sua voce è ancora oggi accorata. 1939 . 1° settembre. Hitler invade la Polonia. Mussolini dichiara: questa non è la nostra guerra. I tedeschi erano stati nostri nemici nella prima guerra mondiale, e la memoria era ancora viva negli italiani.

Ma, vedete, ragazzi, e don Aldo accenna un sorriso, i dittatori cambiano parere dall’oggi al domani.

Pochi mesi dopo Mussolini scende in guerra a fianco di Hitler, sicuro che in brevissimo tempo tutto si sarebbe risolto con la vittoria dell’Asse. Altro sorriso.

Ho l’impressione che don Aldo stia raccontando una storia che avrà già ripetuto tante volte.

Il Vescovado di Assisi era il centro di raccolta degli sfollati. Arrivava gente da tutta Italia. Tra loro, camuffati, gli ebrei. Li tenevano nascosti in alcuni conventi. Un tipografo assisano – Brizzi, un antifascista – stampava documenti falsi per questi ebrei.

9-XI-1943.

Poi un altro sorriso. Un ricordo. Il funerale di una donna ebrea. Il corteo funebre viene fermato da una pattuglia di tedeschi. Chiedono il nome della persona defunta. Don Aldo risponde: Bianchi, Weiss. I soldati eseguono il saluto militare, e fanno proseguire il carro verso il cimitero. (Don Aldo chiosa, dubbioso che i ragazzi possano aver colto, che i soldati tedeschi hanno pensato che si trattasse di un morto tedesco…)

Sì, sì, quanti di questi episodi. Don Aldo sembra avere il volto rischiarato da una luce, in questa grigia mattinata. Il signor Finzi indossava il mantello delle suore di clausura quando usciva per farsi una passeggiata nel giardino del convento dove si nascondeva.

Un’addetta di segreteria fa cenno alla preside, che esce dall’aula magna. Ritorna dopo qualche minuto con espressione giubilante. Scusi don Aldo, la devo interrompere, ma abbiamo ricevuto proprio adesso una telefonata dal Comune… il Presidente Ciampi… persona equilibratissima… persona di poche parole ma di alto profilo quando parla… mi riferisco al discorso pronunciato ieri sera in memoria dell’olocausto… il Presidente Ciampi… e la cosa, lasciatemelo dire, mi onora personalmente, in qualità di preside del Liceo classico di questa città… il Presidente Ciampi ha conferito oggi stesso ad Assisi la medaglia d’oro al valore civile, e questa è davvero una cosa straordinaria, che va ad aggiungersi all’onorificenza conferita a don Aldo recentemente… sapete ragazze, don Aldo è stato insignito, è stato nominato dal Presidente Ciampi Cavaliere della Gran Croce, che è la massima onorificenza… a mezzogiorno tutte le campane di Assisi suoneranno a distesa… noi osserveremo un minuto di silenzio… perciò ragazze se avete domande da fare a don Aldo… don Aldo tra poco deve andare alla RAI a Perugia perché ha un’intervista.

Segue qualche domanda di quelle preparate prima (Pensa che oggi ci sia ancora l’antisemitismo?). Don Aldo risponde con altrettanti episodi, anche qui una lezione.

Sì, era rischioso aiutare gli ebrei. Dice di aver fatto varie volte Perugia-Assisi di notte, in bicicletta. Era pericoloso.

Il 15 maggio del 1944 gli alleati bombardano l’aeroporto di Sant’Egidio (attualmente aeroporto San Francesco d’Assisi, ndr). Don Aldo va a raccogliere i morti. Non c’era niente, fu necessario staccare una porta di legno da usare come lettiga. Si ricorda della famiglia Cicogna. Abitavano a Sant’Egidio. Avevano un camioncino con il quale trasportavano gli ortaggi. Fu centrato in pieno. Il cervello di una povera donna venne rinvenuto sotto un pagliaio.

Qualche giorno dopo don Aldo viene convocato a Perugia dal Prefetto Rocchi, chiamato Mascella d’acciaio.

Dal cassetto della scrivania Mascella d’acciaio tira fuori un pacco di foto che lo riguardano. Don Aldo si difende: – Signor Prefetto, ho ancora le mani sporche del sangue di quei poveretti di Sant’Egidio, lei pensa che un atto di umanità sia un atto sovversivo?

Non c’era nessuno ad aiutarci, commenta come fuori campo don Aldo.

Qualche giorno dopo arrivano ad Assisi per arrestarlo, ma don Aldo è già al sicuro a Roma.

L’accordo con la preside è che alle 10:40 sia pronto, nel corridoio al primo piano, il banco con i libri sulla Shoah.

Sciamano, sono animali giovani che si aggregano come le api, a sciami, appunto, di tre o di cinque. Si abbracciano, si allacciano. Ragazze, soprattutto. Più carine, e più contemporanee, almeno nel vestire, di quanto non lo fossero alla mia epoca, mi pare.

Si avvicinano al banco dei libri. C’è chi fa la smargiassa e solleva un libro con la foto del duce in copertina, non si capisce bene se scimmiottando o inneggiando a  qualcosa. Una ragazzina timida trova il coraggio per chiedermi se i libri sono in vendita. Un’insegnante acquista una copia de La banalità del male. Si presenta come amica di M.C. Si fa avanti un crocchio di tre ragazzi, quello vestito un sacco alternativo mi domanda: – Lei è a favore della legalizzazione delle droghe leggere? Io mi avvicino di più a loro. – Perché questa domanda? Lo spiazzo. Allora provo a scherzarci su e dico: – Sono a favore della liberalizzazione di tutte le droghe, quelle chimiche e farmaceutiche sono già in farmacia… Vedo che sono contenti di aver trovato un «grande» che la pensa come loro. Allora un altro dei tre moschettieri dice che la droga aumenta i poteri della mente e che quando uno fuma fa tre pensieri contemporaneamente e io rilancio che una sigaretta è più nociva di una canna. Il terzo, che finora non è intervenuto, ci riflette un attimo sopra, poi dichiara di aver capito: – Ah beh sì, se uno si fa un purino (solo erba o hashish senza tabacco, ndr).

Si dichiarano contenti di avermi conosciuto. Uno di loro, facendosi forse portavoce della volontà collettiva, mi esorta a diventare un uomo politico. Avrei di sicuro il loro appoggio. Io ringrazio ma declino. Il mio lavoro, dico, è per la cultura, l’arte, la libertà del pensiero. Indico i libri sul bancone. – I nazisti li bruciavano. Io sono antifascista per mestiere, dico. Loro annuiscono. Suona la campanella, Ricreazione terminata.

Ritorno in prossimità del bancone. Il foglio, predisposto di comune accordo con la preside, dove gli studenti possono segnare i libri esposti che desiderano leggere e di cui propongono l’acquisto all’istituto, non è più bianco.

Due ragazzine di forse quindici anni soppesano il libro che racconta di una loro coetanea che si salvò nel lager perché ballerina. Chiedono se esistono altri libri sulle ballerine nel lager. Io, raffreddando il loro entusiasmo, dico che il lager non era proprio una scuola di ballo. Quella è stata un’eccezione. Mi guardano perplesse e deluse.

Il professore di storia dell’arte, che conosco, elogia questi ragazzi. Parla della fandonia fatta circolare dai neonazisti americani secondo la quale gli ebrei si sarebbero salvati dal rogo e dal crollo delle due torri perché avvertiti in anticipo. Falso. Ne sono morti quattrocento di ebrei.

Resto da solo, nel corridoio ormai vuoto, davanti a quel mucchio disordinato di libri capovolti o sottosopra. Mucchi di cadaveri. Arti. Ossa. SS che urlano.

Passa più di un minuto nel corridoio deserto. Esce da un’aula un professore e quasi sgrida la bidella (non Albertina, un’altra, ma stesso grembiule granata), perché tarda a risuonare (la fine del minuto di silenzio, ndr.) La bidella, quasi risentita: – Ma ho suonato! E il prof.:- No, non ha suonato. Deve ri-suo-na-re la fine del minuto di silenzio!

– Ah, non lo sapevo! Driiiiiiiiiiiinnnnnnnnnnnn.

La bidella poteva far durare in eterno quel minuto di silenzio.

Comincio a rimettere i libri negli scatoloni. Qualche ragazzina si aggira di nuovo tra gli ultimi libri esposti. Sembrano dispiaciute che me ne vada. O forse io sono solo un pretesto per attardarsi ancora un po’ fuori dalla classe.

Una di loro mi chiede: – Domani ritorna?

– No, rispondo. Solo oggi.

– Peccato. Non ce lo aveva detto nessuno.

L’autore più tradotto al mondo

Sabato mattina. Pioggia.

La signora E. è venuta in libreria a restituire Il mio labrador. La signora E. è una nonna, e ha sbagliato cane. Il nipote, cui il libro era destinato, ha un golden retriever. Conosco già la signora E. Un giorno mi aveva raccontato la storia di un altro nipote, una storia tragica. E mi aveva portato delle lettere che lui aveva scritto. Un ragazzo speciale, studioso, religioso, iscritto a Giurisprudenza, e poi… La signora E. è un torrente di parole.

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