La Grande Deroga. Il sold out della Chiesa

[Riflessione occorsa a s. m. accingedosi egli a salire sul tetto di casa per ripararlo]

Nel grembo della Chiesa cattolica alberga una deroga, o una promessa di deroga: che almeno io sia risparmiato, che nei miei riguardi sia fatta un’eccezione, che la mano terribile di dio riservi anche per me, o solo per me, la grazia.

Il tema dell’eccezione appartiene ad ogni religione, costituendo forse il comune denominatore di ciascuna di esse. Nell’etimo del termine latino religio c’è, insito, l’atto di eligĕre, di operare una scelta, una selezione, oltre che di ligāre, di unire più persone in un legame invisibile. Dio sceglie gli Eletti, come il trebbiatore sceglie il chicco, e Dio scarta i reprobi, come il trebbiatore scarta la pula. Dio è un Selezionatore, la Chiesa il Grande Centro di Selezione Reclute.

La selezione ci porta dritti nel K.L.

Racconta Primo Levi[1] che nell’Ottobre 1944 ci fu una selezione. «Selekcja», la ibrida parola latina e polacca, scrive Primo Levi. Chissà perché Primo Levi abbia sentito la necessità di fare una tale precisazione linguistica sull’orlo del baratro morale di ciò che sta per rammemorare. Ricordiamoci, però, che tanto in religio che in selekcja è insito lo stesso verbo latino eligĕre.

La selezione per la camera a gas è una liturgia rovesciata del dispositivo religioso: il sottufficiale delle SS, «l’arbitro del nostro destino», usurpa la potestà divina. «La SS, nella frazione di secondo fra due passaggi successivi, con uno sguardo di faccia e di schiena giudica della sorte di ognuno, e consegna a sua volta la scheda all’uomo alla sua destra o all’uomo alla sua sinistra, e questo è la vita o la morte di ciascuno di noi. In tre o quattro minuti una baracca di duecento uomini è “fatta”, e nel pomeriggio l’intero campo di dodicimila uomini.»

La grande deroga_1

Terminata in pochi minuti la selekcja, nella baracca si viene presto a capire che «la sinistra è stata effettivamente la “schlechte Seite”, il lato infausto.[2] Viene distribuita la zuppa, doppia razione per quelli finiti a sinistra. Poi, terminato di raschiare il fondo di duecento gamelle, la baracca sprofonda nel silenzio, e qui abbiamo il passo circa la deroga, che riportiamo per intero.

«[…] A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato scelto.

Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più?

Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.»

La preghiera di Kuhn, oltre a fornirci una conferma sulla natura religiosa della selekcja, conferma anche il nostro assunto iniziale, e cioè che alla base della religione ci sia una deroga.

Un’ulteriore prova o traccia della deroga la ritroviamo, fuori dal K.L., ma sempre nel solco della violenza e del sacro, in un recente episodio ripreso dalla cronaca, accaduto alcuni anni fa, di cui al momento non ritrovo la fonte, ma mi impegno a farlo. Vado quindi a memoria.

Un aereo di linea esplode durante il volo. Si tratta di un attentato di Al-Quaeda, una bomba era stata collocata a bordo del velivolo. Viene intervistato un arabo, che avrebbe dovuto essere a bordo di quell’aereo, aveva il biglietto per quel volo, ma quella mattina era successo qualcosa e non ce l’aveva fatta ad arrivare in orario in aeroporto. Al cronista ha dichiarato: – Quello che mi è successo è la prova che Allah esiste.

Ora, come Kuhn, questo arabo è un insensato. Perché offendere così Allah? Perché assegnargli questo ruolo cinico di risparmiare uno, lui, l’Eletto, e di lasciar disintegrare in volo circa duecento persone, alcune delle quali sicuramente credenti in detto Allah? Non è allora più onesta, e più rispettosa della divinità, la Sibilla Cumana, che così ammonisce Palinuro insepolto nel sesto libro dell’Eneide: «Desine fata deum flecti sperare precando» («Smettila di illuderti che le tue preghiere possano teleguidare la mano del sottufficiale delle SS o farti perdere l’aereo fatale». Certo, Kuhn e l’arabo ringraziano ex post, a selezione avvenuta, ma ciò non cambia l’ordine del discorso).

Fatta questa doverosa considerazione, analogamente a quella che fa Primo Levi, Kuhn e l’arabo ritardatario ci aiutano, però, a capire il dispositivo della deroga.

Diversamente da quanto si insegna o si insegnava nei ginnasi, dove si ripete(va) come un mantra che la lingua latina ha due modi per dire chiedere, e cioè quaerĕre e petĕre, il primo chiedere per conoscere o sapere e il secondo chiedere per ottenere qualcosa, c’è un altro verbo che significa chiedere, ed è rogare[3], che però in origine significa chiamare per avere una risposta, e solo in secondo grado significa chiedere con implorazioni.

Nell’antico diritto romano arcaico, che è un grembo dal quale scaturiscono anche molti istituti successivi del Cristianesimo, il procedimento elettorale avviene per chiamata individuale di ogni avente diritto. Al giorno d’oggi un tale schema sopravvive nelle votazioni per appello nominale nelle assemblee parlamentari. In Italia esiste anche un termine inequivoco che attesta una simile ricorrenza: la chiama (prima chiama, seconda chiama). Un altro affioramento del significato originario permane nell’espressione rogito notarile: qui il notaio roga l’atto, nel senso che chiama i contraenti dell’atto e ne attesta l’identità.

La rogatio, la chiamata, così come la conosciamo dalle sue origini giuridiche, è un atto pubblico, che si svolge alla presenza di uno o più testimoni, me è sempre rivolta ad personam. Chi è chiamato deve rispondere, esprimere il proprio voto o il proprio assenso, dichiarare le proprie generalità, ecc.

Nell’uso linguistico centro-italico c’è un’espressione, ormai desueta, che designa la minaccia di una sanzione per lo più rivolta ai bambini, e comminata dai grandi, in particolar modo dalla figura genitoriale, e, ancora più nel dettaglio, dall’autorità paterna. Se fai questo, dopo papà ti ruga. Rugare significa rimproverare, ma con una connotazione più forte e più terribile. Significa rimproverare urlando, manifestando rabbia. Non si tratta di un semplice, pacato e ragionevole rimprovero, di una rampogna, di un sermone, di una geremiade. La vocale scura “u” della variante dialettale (rispetto alla “o” della matrice latina rogare) indica una energia cupa, collerica e terminale, sul punto di deflagrare e condurre a conseguenze difficilmente calcolabili in anticipo.[4]

La_vocazione_di_San_Matteo

La Vocazione di san Matteo di Caravaggio ci introduce al tema della rogatio in chiave vocazionale. Qui abbiamo Gesù di Nazareth che irrompe in una cupa taverna e punta l’indice all’indirizzo di Matteo, intento come gli altri pubblicani a contare i denari, ma unico tra di essi che alza gli occhi, perché chiamato. La drammaturgia del quadro è stata esplicitata bene da Giulio Carlo Argan. Gesù sembra dire: – Tu. Matteo risponde, ma con una domanda: – Io? La domanda rimbalza nuovamente sulla figura di Gesù, che con il dito ancora puntato ribadisce senza possibilità di equivoco: – Tu, proprio tu. Gesù chiama Matteo a seguirlo, a salvarsi nella nuova fede.

Qui la rogatio, la chiamata, implica non l’esercizio di un diritto individuale, ma una speciale elezione da parte di un’autorità benefica e munifica. Nulla insomma che possa far presagire una conseguenza sgradita, tale da invocare una derogatio, una deroga.

Ma quando dio ti ruga, ti ringhia come un cane, allora ecco che spunta il bisogno della deroga.

“Davanti ai cancelli della salvezza, però, c’è un gran pigia pigia, un accalcarsi di richiedenti la deroga, come le anime in attesa sulla sponda destra dell’Acheronte”

Chi chiede la deroga? I moribondi, i condannati a morte, i malati di cancro, gli innamorati abbandonati, i malati di mente, gli assassini, le vittime di sevizie, gli alluvionati, i terremotati, i richiedenti asilo. Categorie speciali di persone, quelle sulle quali si abbate una speciale sventura. Gli sfigati. Ma man mano che si avanza, e che si invecchia, sono più o meno tutti coloro i quali chiedono la deroga.

La deroga riguarda tutti. Più che un’eccezione, la deroga tende a costituirsi come la norma.

E qui si arriva all’aporia che intasa il discorso della salvezza. Nonostante il detto evangelico sulla porta stretta e sul fatto che saranno pochi a varcarne la soglia[5], tutti i fedeli pensano che tale privilegio sarà loro riservato, e non si pongono il problema di quale sorte toccherà agli altri (eccetto i loro stretti congiunti).

Insomma, la Chiesa ripone le sue fondamenta sulla separazione tra gli Eletti ed i Reprobi. Non tutti saranno Eletti. La Chiesa è un’istituzione a numero chiuso. Davanti ai cancelli della salvezza, però, c’è un gran pigia pigia, un accalcarsi di richiedenti la deroga, come le anime in attesa sulla sponda destra dell’Acheronte. La Chiesa universalistica si regge su fondamenta contraddittorie, le sue più profonde radici attecchiscono su un paralogismo.

Lo sanno i fedeli, la gran maggioranza, che comunque si cautelano con i surrogati (altra parola che include il verbo rogare) di una deroga divina dall’incerto rilascio, come un passaporto per un sans papier.

Che altro sono i soldi, per pagarsi costose operazioni chirurgiche che i poveracci non possono permettersi, cosa sono il potere, il dominio sessuale, la bellezza, la giovinezza, la salute, se non surrogati pronti a scattare in caso di mancata deroga?

Nella deroga c’è una trattativa riservata, segreta, mafiosa, tra la legge di Dio e l’implorante. Colui che implora la deroga è disposto a tutto. Alcuni fanno anche fioretti. Rinunciano a bere il caffè, fanno accordi sottobanco con Dio, purché almeno a loro risparmi la sciagura.

Sono financo disposti a parlare bene di una canaglia, tale è questo Dio insensato. Come fanno i mafiosi quando parlano, semmai ne parlano, del boss del quartiere: – Io non posso dire niente di lui. Al battesimo dei miei figli è sempre venuto e sempre gli ha regalato una sùrroga d’oro.

Dicevamo che all’approssimarsi della morte la Chiesa registra il tutto esaurito, il sold out.

Giacché l’epitaffio comune a tutti, credenti e non credenti, è quello che si ritrova in Cartoline dai morti, nella prima Cartolina dai morti:

«Pure io? Sì, pure io.»

Inderogabilmente.

_____________________

[1] Se questo è un uomo, Ottobre 1944, Einaudi, Opere, Volume primo, p. 131.

[2] E come potrebbe essere diversamente, se la selekcja, per quanto macabra, è pur sempre una liturgia, e il sottufficiale delle SS un officiante, un ministro del culto.

[3] Chiedere con implorazioni, con preghiere, rogāre (aliquid ab aliquo, aliquem aliquid, ecc). Oreste Badellino, Dizionario Italiano-Latino, in correlazione con il Dizionario Latino-Italiano Georges-Calonghi, 1964, Rosenberg & Sellier, Torino.

[4] In alcuni luoghi del Senese si ode familiarmente Rogàre usato per Ringhiare, detto de’ cani, forse da Arrogàre, onde pure si fece Arrogante (cfr. Rogantino) [http://www.etimo.it/?term=rogare].

[5] Matteo, 7,13-14 «Intrate per angustam portam, quia lata porta et spatiosa via, quae ducit ad perditionem, et multi sunt, qui intrant per eam; quam angusta porta et arta via, quae ducit ad vitam, et pauci sunt, qui inveniunt eam!»

__________

Foto di copertina hugs&smoke&clouds, e foto I cessi dei musei by Alice Mazzarella, courtesy l’autrice. Foto La vocazione di Caravaggio open source.

https://www.instagram.com/alicemzzl/

Il doppio prodigioso

Il doppio prodigioso è un corollario del doppio mostruoso. Si tratta di un concetto, lo dico subito, non riscontrabile negli Autori, almeno per quanto io sappia, e che forse neppure al rango di concetto può aspirare, mantenendosi piuttosto al livello di una epifania.

Si tratta di un prodigio che avviene, che accade, che si manifesta nella persona, ed arriva a smentire, a contraddire, a gettare una luce diversa sulla medesima persona, facendone esplodere la statuizione originaria.

Molti anni fa, non importa quanti, nella cittadina dove abitavo, non importa quale, avvenne questo: un giovane playboy, ricco di famiglia, aveva una Ferrari gialla, cabrio: frequentava sia ambienti contigui alla sua condizione di appartenenza, sia ambienti più di sinistra, chiamiamoli così, ambienti prossimi al volontariato cattolico e allo scoutismo. In grazia, forse, di una sua mitezza di fondo – egli, infatti, non era uno sbruffone, benché si capiva subito che non avrebbe avuto problemi, all’occorrenza, a gettarsi in una rissa fuori dalla discoteca se qualche facinoroso lo avesse provocato, ed erano anni, quelli, nei quali il rito di iniziazione all’età adulta si celebrava dentro ma soprattutto nei piazzali antistanti le discoteche – il playboy era benvoluto e ben accolto sia negli ambienti dei giovani destrorsi sia in quelli di sinistra. Ora, avvenne che un giorno sulla Ferrari gialla del playboy fu vista salire una ragazzina delle scuole superiori, di quasi dieci anni più piccola di lui. Una ragazzina assai concupita, di famiglia operaia, comunista dichiarata, amante di Guccini, attiva nelle schiere del volontariato cattolico. La cosa destò un certo scalpore, soprattutto nella componente più moralista di quegli ambienti cattolici. Ma il playboy era un bravo ragazzo, un po’ una testa calda, d’accordo, ma comunque un gran figo, e la cosa venne sostanzialmente approvata, pur con qualche ruggine da parte dei più giovani corteggiatori della ragazzina.

Qualche anno dopo, e forse quell’avventura a bordo della Ferrari gialla era già archiviata, come presto vengono archiviate le storie brucianti dell’adolescenza e della prima giovinezza, quando un mese è un’eternità, seppi che il giovane playboy si dedicava a curare i disabili, aveva credo fatto l’obiettore civile e aveva scelto di operare in un centro per disabili.

Questa è la meraviglia del doppio prodigioso (d’ora in avanti DP). Avviene qualcosa che non ti attenderesti da quella persona. Certo, nel caso che ho raccontato, può aver giocato un ruolo l’influenza esercitata sul giovane playboy dalla giovane pasionaria, ma non è detto.

Un altro exemplum mi aiuta a delimitare l’imprendibile estensione del DP. Una storia del tutto diversa da quella del playboy, sia per ambiente che per cronologia, e che riguarda il G8 di Genova (anno 2001). Invece che negli ambienti del volontariato cattolico, siamo qui negli ambienti della letteratura accademica.

Nel poemetto di Guido Mazzoni «Genova», ricompreso nella raccolta La pura superficie, c’è una voce, non sappiamo se quella dell’autore stesso, che racconta di non esser potuto andare al G8. Nel pomeriggio, quando cominciano a girare le notizie sui disordini, la voce racconta di aver telefonato a Claudio Giunta, che era invece al G8. Claudio Giunta oggi è un professore universitario, molto stimato, collaboratore del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore, autore di importanti saggi anche sul significato oggi della formazione umanistica, o sul suo senso perduto. Bene, se non ricordo male perché ora vado a memoria, Claudio Giunta lascia la schiera nella quale era partito e si avventura da solo o in compagnia solo di un altro manifestante, sprezzante, o inconsapevole, dei pericoli, verso la testa del corteo, dove ci sono scontri, fumogeni, lanci, incendi di cassonetti, ecc. Bene, questo letterato, allora forse non ancora cattedratico, ma sicuramente già un erudito, che avanza da solo in quello che, per una generazione, è stato il funesto rito di iniziazione all’età adulta, fa pensare all’epifania di un doppio prodigioso. Non ti aspetteresti mai che uno studioso di letteratura medievale, un erudito, stia in prima fila al G8 di Genova. Non a lanciare ordigni vari, ma a manifestare con la sola presenza. E questo letterato risponde al cellulare a un amico letterato e poeta, e gli racconta, in presa diretta, la battaglia. E questa cosa finisce in un poemetto.

Anche, e forse soprattutto, nella poesia è all’opera il DP.

Devo prevenire un’obiezione. Nessun doppio, nessun prodigio. Nel playboy e nel letterato c’è, già in nuce, anche il volontario e il manifestante. In ogni singolo abita una moltitudine. Verissimo. Ma il doppio è una epifania che concerne e sorprende l’altro, l’osservatore esterno, il portatore del pregiudizio. Nei casi citati, Stepor Marqucci.

Da un letterato, una citazione di Dante te l’aspetti, all’Università, o magari fuori dal cinema o dal teatro. Quando invece senti echeggiare una terzina di Dante (e non di quelle che tutti citano, reminiscenze scolastiche o da parole crociate, ma una terzina sepolta, nascosta, baluginante di oscuri bagliori) in una fumosa e farraginosa assemblea studentesca, impantanata in questioni procedurali e mozioni d’ordine, e deliri politicistici, ecco allora che entra in azione il DP. Me lo ricordo ancora, l’oratore era una specie di autonomo o, come si sarebbero chiamati dopo, di black block, sempre rigorosamente vestito di nero, estetica ortodossa da Centro Sociale Occupato. Veniva dal sud, parlava in dialetto, era piccoletto, aveva uno sfregio sulla guancia, come un pirata, bestemmiava ad ogni pie’ sospinto, nel suo eloquio erano più i porcoddio che le congiunzioni, ovvero egli usava la bestemmia al posto delle congiunzioni, e poi, all’improvviso, quella citazione da Dante, sepolta, e baluginante, in una selva di porchiddii. Memorabile. Il DP in azione, e in quale forma!

Se non ci fosse il DP la nostra vita sarebbe molto più tediosa di quanto già non lo sia.

Il DP annuncia qualcosa, che subito, però, si ritrae. È come la marea, non puoi fermarla.

Ci provano, a fermarlo, a codificarlo, a ingessarlo, a ingabbiarlo. Sapete chi?

La Chiesa e la Moda.

La Chiesa sta lì con il fucile teologico puntato pronto ad aprire il fuoco non appena si alzi in volo un’anima in odore di conversione. Eh, sì, la conversione è l’equivalente teologico del DP. Francesco d’Assisi che si spoglia dei ricchi abiti paterni nella piazza di Foligno, che cos’altro sta facendo se non andare dietro al suo DP? Anche qui. Certo, la rottura con il padre covava da anni, in Francesco c’era stata la depressione, la sorda lotta, tutto era già scritto, diranno poi gli agiografi. Ma quelli che lo videro abbandonare le sue vesti lussuose e indossare un saio di canapa, pensarono che fosse diventato matto, sebbene in cuor loro riconobbero il DP. La Chiesa è un’organizzazione fondata sull’amministrazione di ciò che non è amministrabile, sulla codificazione di ciò che non è codificabile, sulla finalizzazione di ciò che non è finalizzabile. La Chiesa paralizza un centometrista. O gli fa correre i cento per l’eternità, anche quando è esausto. Stessa manipolazione.

Stesso, identico ragionamento vale per l’altra chiesa contemporanea, che altro non è che la Moda. La Moda codifica il DP. Il suo imperativo kantiano occulto è: vesti in maniera elegante, come se dovessi andare ad una serata di gala, ma conserva qualche elemento pop (le scarpe da ginnastica, magari Superga, un blue jeans sdrucito, con lo strappo ad altezza ginocchio), come se dovessi andare, e senza sentirti a disagio, ad una manifestazione di protesta, ad un party alternativo di animalisti.

La Moda tiene insieme, nello stesso abito, Francesco d’Assisi prima e dopo lo streap-tease di Foligno.

La morale è, va da sé, la gabbia in cui si tiene all’ergastolo il DP.

Conobbi due sorelle, X ed Y, belle entrambe, eppure dal carattere così diverso. X è più troietta, più sciantosa, più insolente e più civetta. Ed è di qualche anno più piccola di Y. Y, con un figlio già grandicello, recita il ruolo di donna già posata e sposata, come testimoniato da un certo suo contegno riservato; X. cambia fidanzato ad ogni cambio di stagione, Y. ha una stabile relazione decennale con lo stesso uomo; X. fa la sciantosa in piscina circondata da sempre nuovi corteggiatori, Y. arranca sulle stradine solitarie in mountain-bike; X. è spavalda, lussuosa, vanitosa; Y. è timorata, parsimoniosa, sportiva.

Invece, invece, se è vero che sotto la cenere cova la brace dei grandi incendi, il DP entra in azione proprio in Y. Y viene lasciata dal marito e, sebbene non sia svelta di coscia come la sorella minore, la vedo un giorno in libreria trasformata, sembra una entraineuse di altissimo bordo, truccata come non l’avevo mai vista, non timorata, non sportiva, non contegnosa, una Madonna di Gentile da Fabriano ed una Carmen di Bizet al tempo stesso, e si era data appuntamento con un uomo, che non era l’ex marito, li vidi salire in galleria, e qui mi fermo, più non vado innante.

Se non ci fossero le Famiglie danarose, le Università, la Chiesa, la Moda e la Morale, la nostra vita sarebbe ancora più tediosa.

_____________________

Foro di copertina: incontri ravvicinati del terzo tipo by Barbara Pinchi , courtesy l’artista.

L’intervista più lunga della storia della radio

Viviamo, come è noto, nell’epoca della rapidità. In letteratura, Calvino docet, e nei media.

La radio, che della rapidità fa, per così dire, il suo core businness, sottostà forse più degli altri media visuali a questa legge costituzionale dell’epoca odierna.

Alla radio i silenzi e le pause lunghe, nonché i monologhi, equivalgono, ex adverso, a ciò che è il chiacchiericcio a una veglia funebre. Sono inammissibili.

Tutti i conduttori radiofonici, sia della rete pubblica che delle emittenti private, si attengono a questa legge non scritta. Tutti tranne uno.

Noi, che invece siamo a favore della lentezza, non ci uniamo alle critiche che cominciano a serpeggiare contro questa unica eccezione, questo solitario testimone dell’arzigogolo, della contorsione, dell’arabesco, per citare Flaiano.

A questo conduttore, nonché direttore di testata, di cui non diremo il nome, va il nostro plauso, e il nostro sostegno. Questo blog per statuto rifugge sia dalle offese sia dagli encomi personali. Questo blog vola alto sulle umane diatribe. Qui si fa una deroga, giacché il conduttore di cui parliamo conduce e dirige una testata dello Stato, che fa pagare ad ogni cittadino un canone annuale prelevato direttamente sulla bolletta della luce. Chi scrive non è mai riuscito a cancellarsi dall’elenco degli abbonati, pur non guardando mai la TV.

Bene. Il nostro conduttore, d’ora innanzi chiamato per brevità il Nostro, è nel Guinnes dei primati per la non-domanda più lunga della storia della radio.

Ci vorrebbe il metro da cantiere per misurarla. Inizia con passo felpato, con un tono colloquiale e dimesso, quasi da confessionale. Il Nostro parte dall’archè, dall’origine del mondo e dell’universo, passa in rassegna tutte le genealogie delle tribù della Bibbia, mentre l’intervistato intanto può schiacciarsi anche un sonnellino, volendo.

Dopo un tempo indefinito, dai tortuosi meandri della domanda fa timidamente capolino il nome dell’intervistato (una delle regole fondamentali della tecnica radiofonica esigendo, oltre, ovviamente, la rapidità, di ripetere ogni tot minuti l’oggetto dell’intervista e soprattutto il nome dell’intervistato, per mettere l’ascoltatore, che si sia sintonizzato dopo l’inizio del programma, nella condizione di capirci qualcosa), ed allora l’intervistato si ridesta dal sonno al suono del suo nome e si ringalluzzisce tutto perché legittimamente pensa che sia arrivato il suo turno. Ma no. Il Nostro ha fatto una finta, sembrava che con l’impennarsi dell’eloquio su una tonalità interrogativa stesse per passare la palla, ma invece no, fa tunnel, si dà la risposta da solo e da solo va a rete.

L’intervistato assiste impotente e non gli resta che tornare al suo sonnellino.

Il Nostro, con la palla che controlla a centro campo, si riavvicina all’intervistato. È qui che pone la domanda tendenziosa, quella proibita nei legal thriller americani. Obiezione vostro onore! Obiezione accolta! Ecco. Il Nostro, nel secondo tempo della domanda, perché intanto è dovuto andare in onda il radiogiornale, utilizza la tecnica interrogatoria vietata nei tribunali americani, volta ad estorcere la confessione. Qui il Nostro abbandona i panni dell’amicone del microfono accanto e indossa quelli dell’inquisitore. È vero che il libro affronta il tema…? È vero o non è vero che uno dei personaggi…? Lo scrittore intervistato si sente messo alle strette, vorrebbe filarsela a gambe levate ma ha la cuffia sulla testa e il microfono attaccato con una clip alla giacca e strapperebbe tutti i cavi e poi dovrebbe subire il cazziatone del suo agente letterario e quindi si arma di pazienza e aspetta con rassegnazione la fine dell’interrogatorio.

A questo punto avviene qualcosa di mirabile. Il Nostro si rende forse conto anche lui che ha sfondato i tempi, o forse dalla regia gli fanno dei cenni eloquenti seppur rispettosi perché è pur sempre il direttore. Sta di fatto che viene colto dalla fase di autocoscienza hegeliana e dice: Sto terminando la domanda (un po’ come un ragazzino chiuso in bagno che dice alla mamma che bussa e gli chiede quanto ancora ha da fare: – Mamma, sto finendo!), sto arrivando al punto.

L’intervistato si prepara. Si tira su le maniche della camicia.

E qui il Nostro fa una cosa magistrale. Sarebbe a questo punto legittimo attendersi che dopo una sevizia simile il torturatore lasci almeno uno spasimo alla vittima. Ma così non è. Per sintetizzare che tipo di libro è quello scritto dallo scrittore intervistato, il Nostro si avvale della figura retorica della comparazione negativa. Cioè, a contrariis, dice tutto ciò che il libro non è, come Montale in una celebre poesia, ed elenca tutti gli autori cui l’autore in studio non assomiglia. E qui occorre notare la galanteria sottesa a tale figura retorica: il Nostro sta in buona sostanza dicendo che lo scrittore intervistato non ha copiato nessuno, che il libro è tutto farina del suo sacco. Per fare ciò è giocoforza che il Nostro elenchi tutti i principali autori della letteratura mondiale, a partire da Omero e senza trascurare le opere anonime, come Bhagavadgita per arrivare, dopo un catalogo non meno breve di quello delle navi, ai nostri giorni, a Italo Calvino. L’unico a cui tutti assomigliano un po’, e come potrebbe essere diversamente! Se non altro per la rapidità, Musa dei nostri giorni. Il Nostro assicura e garantisce all’ascoltatore che lo scrittore intervistato è lontano le mille miglia da ciascuno di essi (a parte Calvino) e, mentre vanno in onda i saluti di fine trasmissione, il Nostro nomina in extremiis addirittura il titolo del libro e la casa editrice.

L’intervistato non ha aperto bocca.

La domanda che ci poniamo è: ma c’era realmente in studio lo scrittore o, dato che siamo in epoca, oltre che di rapidità, di spending review, il conduttore-direttore si fa le interviste da solo, per non sforare sul budget dei gettoni di presenza, anche se ciò comporta il lieve sfondamento dei tempi radiofonici? Non le faccio la domanda e mi do la risposta, insomma. Tanto alla radio mica si vede.

Se così fosse, il plauso non potrebbe che raddoppiare, essendo il Nostro l’unico tra i conduttori che lavora segretamente per l’abolizione del canone Rai.

 

 

 

 

Una certa aria da spogliatoio

Ad un certo punto della mia vita, disse Malebranche, cominciai a sentire come una certa aria da spogliatoio di palestra, di pacche sulle spalle, di tubolari di spugna fradici di sudore dietro le facce imperturbabili dei capi di stato, dei potenti della terra, che si fanno la guerra l’un l’altro, a spese dei loro rispettivi popoli, ovviamente.

Dismessi i loro grugni severi, ciascuno si ritirava nel proprio spogliatoio, si toglieva la cravatta, e si preparava ad una cena tranquilla con amici e pochi fidati collaboratori.

Tale sensazione fu probabilmente indotta da una nausea di finzione che mi circondava, e dal bisogno mentale di smascherare l’inganno.

Però anche i marines, con i loro occhiali scuri, come anche gli hezbollah con i loro passamontagna neri, mi sembravano avvolti dalla stessa aria cameratesca da spogliatoio.

Finita la battaglia, ognuno si va a fare la doccia nel proprio spogliatoio, e poi a casa per una calda minestra data la stagione.

Poi, però, la medesima aria da dopo partita cominciai a sentirla anche attorno alla popolazione civile. Finito il bombardamento e il rastrellamento, tutti coloro, i più, che non sono rimasti sotto una bomba o che non sono stati portati via dai soldati, ritornano a sera nelle loro cucine, fosse anche da campo profughi, e lì si accingono a mangiare pietanze calde, una buona minestra data la stagione.

A questo punto compresi, disse Malebranche, che quest’aria da dopo partita, che impregnava la mia percezione della guerra, era, più che una forma di smascheramento, un tentativo di implorare che tutto fosse falso, che quella barbarie tecnologica, quella volgarità imperturbabile, ma anche quelle bende insanguinate, quelle ambulanze incenerite, fossero non dico non veri, ma soltanto un’esagerazione di una realtà meno barbara, meno volgare, meno sanguinaria, che costituiva nei miei voti la norma, e che aveva il suo certificato di garanzia in quell’aria da spogliatoio che volevo avvolgesse ogni cosa.

Anche riguardo alla fine dell’amore respiravo una certa aria da spogliatoio.

Dopo le urla, le lacrime, gli schiaffi, i vaffanculo, gli amanti ormai logorati si separano, e ciascuno di loro rientra nel proprio spogliatoio, ciascuno dai propri parenti, dai propri amici.

Se gli amanti che si separano non sono troppo vecchi per avere ancora i genitori, questi ultimi si comporteranno come quando i loro bambini si azzuffavano, in qualche lite troppo violenta: ciascun genitore interveniva e portava via per l’orecchia il proprio figlio, senza dare troppo ascolto alle giustificazioni di quest’ultimo.

Se, al contrario, gli amanti che si separano non hanno famigliari, e hanno amici lontani, allora l’aria da spogliatoio viene necessariamente meno, ma questo riguarda anche i soldati e i profughi, quando restano soli – concluse il suo ragionamento solitario Malebranche – quando a notte fonda vanno a pisciare al cesso della palestra, donne a destra, uomini a sinistra, illuminati a giorno dalle luci al neon i corridoi completamente vuoti.

Il tema dell’angelo custode

Questa mattina sono andato a prendere l’acqua. Ho pagato nel negozio le due casse di bottiglie di vetro, in tutto ventiquattro, e poi, come ogni volta, ho portato la macchina fino al magazzino sul retro per scaricare i vuoti e caricare l’acqua.

Normalmente c’è un magazziniere, ma stamattina non c’era. Nessuna persona sembrava in arrivo dal negozio.

Mi sono ritrovato solo nel fresco del capannone seminterrato in mezzo a montagne di casse d’acqua, cataste di confezioni di lattine di coca cola, di birra, di bibite, di tè.

Era chiaro che nel negozio si erano dimenticati di me.

Avrei potuto caricare in macchina una cassa in più o una confezione di birre, e non se ne sarebbero accorti.

Anziché il ladro, è però entrato in azione il libero pensatore che è in me.

Padrone momentaneo di quella merce non mia, mi sono sentito come investito di un compito di autoresponsabilità, che mi ha fatto subito star bene. Senza che dentro il negozio nessuno se lo immaginasse io, da cliente incustodito, mi sono autocostituito custode spontaneo e fedelissimo delle proprietà altrui.

Questa autonòmina sul campo non era dovuta ad un mio particolare rapporto con i proprietari del negozio. Non li conosco, se non di nome, e non ho per loro particolari sentimenti di simpatia o antipatia.

Ho pensato al tema dell’angelo custode[1], il gesto di aiuto che resta anonimo e assolutamente gratuito. Ho pensato all’imperativo categorico kantiano[2], una brutta espressione che rende razionalmente obbligatorio ciò che è semplicemente bello, sostituirsi alla negligenza, vegliare quando una persona dorme per consentirle di continuare a dormire, per poi scomparire un minuto prima del risveglio.

Acqua minerale testo

Facili questi ragionamenti, mi ha bacchettato la mia coscienza critica. Facili se si hanno i soldi per pagare l’acqua.

Se morissi di sete, non ci penserei due volte a stappare una bottiglia.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che le cose incustodite inviano una richiesta di protezione, non so spiegarmi meglio.

Assaltare una banca, neutralizzare i sistemi di allarme, svaligiare di notte questo stesso magazzino sfondando il portone con una macchina rubata è un reato, ovviamente, ma non viola il senso segreto delle cose incustodite.

Il crimine ha una sua levatura morale, la furbizia di chi approfitta dell’assenza del custode è una penosa vigliaccheria, uno squarcio irreparabile al dolce sonno dell’essere, delle cose, della vita.

Che bisogno ha un manager di trattenersi in ufficio oltre l’orario di lavoro, in quelle stanze che restano illuminate al venticinquesimo piano del grattacielo, e stornare milioni e milioni di euro dalle casse dell’azienda su un conto segreto off-shore? Ma che bisogno ne ha se si considera che un operaio della medesima azienda, rientrando alle dieci di sera dalla clinica dove sua moglie sta morendo di cancro, e alzando gli occhi agli ultimi piani illuminati del grattacielo pensa: – Guadagneranno anche un mare di soldi, però che vita, io non la farei, troppe responsabilità!

Il manager naturalmente non è un angelo custode, semplicemente perché non può esserlo, in quanto ha un incarico, e gli angeli entrano in azione solo se non convocati.[3]

Se non stornasse tutti quei soldi preparando la bancarotta dell’azienda e migliaia di licenziamenti e qualche suicidio, il manager sarebbe forse una persona onesta, ma essere onesti non è bello come fare gli angeli.

Se l’operaio che sta transitando proprio ora sotto il grattacielo non avesse fatto sparire quella volta una partita di merce dal magazzino, sarebbe anche lui una persona onesta. Ma è andato tutto bene, nessuno se n’è accorto, non ci sono state conseguenze.

Sto terminando di caricare nella bauliera le due casse d’acqua. Questi pensieri mi hanno un po’ avvilito, hanno fatto svanire quello stato di grazia di sentirmi custode dell’incustodito. Penso scoraggiato che l’umanità si è da sempre sbranata per un tozzo di pane o per un impero, e continuerà a farlo.

L’ipotesi, il sogno del comunismo resta in piedi come azione angelica, non come visione di giustizia legale.

Il gesto più comunista che si possa fare oggi, a novecento scaduto, è quello di pulire con la carta igienica la tavoletta del water di un cesso pubblico, di levare le gocce di urina lasciate da un incurante utente, vanificare con la propria azione una bruttura, restituire al prossimo utente sconosciuto una maiolica pulita.

 

Note:

[1] Il groviglio, difficilmente districabile, tra brutalità della storia e azione angelica è il cuore della riflessione di Walter Benjamin. Un libro per iniziare: Walter Benjamin e il suo angelo

[2] Immanuel Kant, Fondazione della metafisica dei costumi.

[3] Reminiscenze cinematografiche: Win Wenders, Il cielo sopra Berlino.