Lo scrittore e le intemperie

Chi segue questo blog sa quanta importanza si riservi al cognome delle figure pubbliche, in ispecial modo di quelle che hanno avuto od hanno un qualche ruolo nella cultura.

Nicola Lagioia, scrittore, curatore editoriale, conduttore radiofonico, direttore del Salone del Libro di Torino, membro della giuria della 77ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, porta un cognome che è equivalente a quello che aveva l’autore dell’Ulysses. Un mandato non da poco.

Breve preambolo che si può anche non leggere

Si erra quando si pensa che le persone più avide siano quelle amanti dei piaceri, cioè i crapuloni. Vi sono persone che non amano affatto i bagordi, e che cionondineno si dedicano all’accumulo di potere, di cui sono altrettanto se non più cupide dei sollazzatori. 

«Quel Cassio ha un’aria magra e affamata. Pensa troppo. Uomini così sono pericolosi», fa dire a Giulio Cesare William Shakespeare, rovesciando il luogo comune, di probabili origini cristiano-ascetiche, per cui sono le persone grasse quelle più avide e più pericolose.

L’avidità di potere, l’accumulo di più incarichi in una sola persona è cosa che viene normalmente associata alla figura del politico, agli smisurati appetiti, a una smania che trascende la logica del desiderio e del suo appagamento. Quando, raramente, si presenta un politico austero e morigerato, che non sembra scialare nel e del potere accumulato, sembra aprirsi una contradizione: non avrebbe fatto meglio a farsi monaco questuante e vivere di elemosine? Il politico è, per definizione, cupido di cariche: quello cui piace godersi la vita impiega le risorse che scaturiscono dal cumulo dei molti incarichi per soddisfare i suoi molti appetiti; quello per cui la vita non è godimento, accumula le cariche e ammassa il potere per poter continuare a detestare e disprezzare la vita in tutta sicurezza.

Una summa divisio come quella proposta è applicabile, per analogia, a qualunque categoria professionale ed umana: c’è il chirurgo buontempone, entusiasta tanto delle viscere che fruga e reseca quanto della trippa che ingurgita in ottime trattorie (non senza un occhio alla giovane infermiera che invita a pranzo), e c’è il chirurgo depresso e disgustato dei mondani piaceri, astemio e con frequenti mal di testa, che suole coricarsi presto subito dopo la minestrina. La medesima summa divisio si può applicare a insegnanti, a assistenti sociali, e in genere a chi si occupa della crescita e dell’equilibrio degli altri; si applica anche a chi si occupa del benessere e del piacere degli altri, come i cuochi e le prostitute, sebbene sia in effetti difficile trovare cuochi che non siano avidi di assaporare la vita, mentre, per converso, è difficile – ma non impossibile – trovare prostitute che lo siano.

In generale si può affermare che in ogni categoria professionale prevalga di gran lunga il carattere allupato su quello rinunciatario.

Quando ci avviciniamo al campo dell’arte le cose sembrano iniziare a capovolgersi. Certamente neppure nel campo artistico vi è carenza di allupati, soprattutto di sesso. Basti pensare a Picasso. Ma, vuoi per un eccesso di pratica che induce la saturazione, vuoi per la postura tragico-mesto-esistenziale che si consegna al pubblico onde sia manifesta la sofferenza che presiede ai parti (e tale postura finisce per infiltrarsi nell’anima dell’artista, il quale finisce per crederci), molti artisti – sia dello spettacolo, sia delle arti figurative, sia della musica, sia della scrittura (la più negletta tra le arti) – finiscono per posizionarsi sul piatto della bilancia dei disgustati dell’esistenza. Eppure essi continuano a lavorare ed anche a sgomitare perché il loro posto non sia preso da un altro. Anche loro accumulano – inviti a festivals, inviti ai centri di arte contemporanea con acronimi sempre più misteriosi e fichi, citazioni in cataloghi, recensioni, interviste, inviti a talk show – ma, sia chiaro, il loro accumulare non è in vista di un greve appagamento dei sensi – come quando, dopo una colossale bevuta di birra, si svuota la vescica: no, il loro accumulare è in vista di una gigantesca visione pessimista, per salvaguardare la possibilità della quale si accumulano le risorse che si accumulano e si fa incetta di occasioni.

Fine preambolo che si poteva saltare

Quando arriviamo a scrittori il cui obiettivo nella vita non è certo quello della villa in Sardegna e dello yatch e del machinone, quando arriviamo a scrittori impegnati nel sociale o la cui stessa arte è orientata al mistero del male, alla ferocia e alla sofferenza umana, e vediamo questi stessi scrittori assommare incarichi, premi e riconoscimenti, non dobbiamo stupirci.

Perché Nicola Lagioia, il quale, come detto, oltre ad essere scrittore che ha vinto (2015) il più prestigioso premio letterario del nostro paese; oltre ad essere curatore editoriale (con un fiuto non comune, va detto: è stato tra i primi, in Italia, ad accorgersi del valore di Roberto Bolano, prima ancora che la fama di questi divenisse planetaria[1]); oltre ad essere conduttore radiofonico di una bellissima rubrica quotidiana su Radio 3, Pagine 3; oltre ad essere (dal 2017) direttore del Salone del Libro di Torino[2], che ha saputo condurre con ardimentoso spirito anche in epoche pandemiche; perché, oltre a tutto ciò, viene nominato membro della giuria della settantasettesima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia? Pensavamo che Lagioia fosse ormai un ex scrittore, che la sua carriera fosse oramai tutta orientata al lavoro culturale, e invece ci sbagliavamo:  quando tutti pensavamo che, con tutto il gran daffare nella promozione culturale, egli avesse abbandonato il suo mestiere di scrittore, forse perché sfiduciato dalla scarsa presa sul reale del medesimo, eccolo che ritorna sulla scena originaria e, a mezzo di un’intervista su uno degli inserti settimanali più diffusi[3], annuncia l’imminente uscita del suo nuovo libro (La città dei vivi, Einaudi, in uscita il 20 ottobre 2020), un lavoro a metà tra lo scienziato e lo sciamano, su un efferato caso di cronaca nera degli ultimi anni, che costò la vita ad un giovane ragazzo, ucciso, apparentemente senza valido motivo, da due coetanei. L’intervistatrice chiarisce subito di cosa stiamo parlando, facendo il nome di Truman Capote. (Sky Cinema sta già realizzando una serie tv. L’intervistatrice, al termine dell’intervista, porge l’unica domanda che potrebbe apparire cautamente allarmistica: non è che stravolgeranno il senso dostoevskiano dell’opera, e calcheranno troppo la mano su coca & violenza? Nicola Lagioia rassicura tutti: niente paura, Sky ha accettato che sia io lo sceneggiatore. Quindi, Nicola Lagioia anche sceneggiatore.)[4]

Il Venerdì di Repubblica, 16 ottobre 2020, foto Chiara Pasqualini

Un tale cumulo di cariche non può non suscitare interesse se non addirittura ammirazione (so cosa pensi, lettore: invidiosetto?) Se in un tal uomo, così sovraccarico di impegni culturali e direzionali, vi è ancora la forza, il tempo, l’ingegno, la capacità del romanzo, deve esserci qualcosa di davvero straordinario. E così, più che un avido accumulatore di incarichi, Nicola Lagioia ci appare più come un martire della contemporaneità, come una vittima sacrificale che ci aiuta a distoglierci dall’idea che così tanti riconoscimenti ed emolumenti possano essere fonte del-lagioia, e allora tanto vale che ciascuno si rassegni al suo ruolo invisibile di scrittore fantasma, ed anzi ne goda, perché il volto iconico, smarrito, macilento, cosa viene a dirci se non che era meglio quando si viveva e si scriveva nell’oscurità, sebbene non si arrivasse a pagare in tempo le bollette della luce?

Ora, sarà senz’altro vero che siamo in presenza di una delle migliori menti della sua generazione[5], sarà senz’altro vero che egli abbia un grandissimo sangue freddo per trasvolare dai gran galà del Lido o del Lingotto allo squallore del luogo del delitto, che – stando alla sua stessa rivelazione – ha avuto modo di visitare di persona con tanto di autorizzazione dell’autorità inquirente; sarà tutto vero, ma una cosa è altrettanto certa: il cumularsi di tante cariche in un sol uomo fa venire alla mente l’immagine di quei Titani che sorreggono il mondo che li sta schiacciando con il suo immane peso. Si capisce, dunque, quell’aria patita, contrita, niente affatto gioiosa, niente affatto allupata, niente affatto vorace. Tutto quel peso immane serve a confermarlo nella sua idea che nella vita non ci sia poi molto di cui scialare, e lo stare al centro di tutti quei livelli di potere culturale, editoriale, cinematografico non è altro che l’accumulazione cui tende il politico triste: una barricata che si erige, una trincea che si scava, per meglio difendere – ma stando al riparo – il sentimento tragico della vita.

L’autore della presente nota ha letto l’intervista-lancio di Nicola Lagioia per puro caso. Aveva acquistato il Venerdì di Repubblica (cosa che non faceva da oltre venti anni) ad altro fine, per amore di Roberto Bolaño. Ascoltando, come quasi ogni mattina, la rubrica radiofonica di cui abbiamo detto, e di cui il nostro è conduttore periodico, aveva orecchiato di un articolo dello scrittore catalano Javier Cercas, nel quale egli riandava alla sua amicizia/inimicizia con lo scrittore di origini cilene, trapiantatosi in Catalogna e morto nel 2013. Per chi non lo conoscesse, Bolaño è uno dei santi e dei martiri della letteratura contemporanea, non meno grande di sant’Agostino come scrittore. In lui, la vita coincide con l’opera. In una sua intervista, Bolaño dichiara:

«[…] Credo che gli scrittori debbano rifiutare qualunque vincolo con lo Stato, questo tipo di relazioni non da nessun frutto. Io mi sono formato in una famiglia della classe medio bassa, è da quando avevo 16 anni che scrivo, e non ho mai chiesto aiuti allo Stato. Ho vissuto alle intemperie, all’inizio è scomodo, ma alla fine sei più libero, la qual cosa è molto piacevole».[6]

Abbiamo detto che Lagioia è uno dei maggiori supporter italiani di Bolaño, che ha con lungimiranza definito il più grande scrittore per il ventunesimo secolo. Non siamo così ingenui o bacchettoni o semplicemente stupidi da ritenere che se uno ama Bukowski debba sfasciarsi di birra, se uno ama Emily Dickinson debba segregarsi in casa per tutta la vita o se apprezza Ezra Pound debba fare il saluto romano o se ama Oscar Wilde… Beh, insomma. La letteratura è una magia che consente a individui con vite – e conti correnti – diversissimi di convergere su una medesima immagine estetica. È probabilmente, la letteratura, l’antidoto più potente che ci sia contro l’odio e l’invidia sociale. È forse per questo che in questi tempi di scarsa autorevolezza della letteratura vi sia un così possente odio social in giro.

Non è una questione di stili di vita, di case protette e ben riscaldate o di intemperie. Gli scrittori vivono come possono e vogliono vivere. Se Proust non avesse frequentato i salotti e la nobiltà di Parigi non avremmo avuto la Recherche, dopotutto. Se Moresco non fosse stato prima in collegio poi militante rivoluzionario e non avesse vissuto per anni al freddo di una mansarda non avremmo avuto, senza la Chiesa, senza il Partito e senza sorella Povertà I canti del caos. (Lagioia, va detto, non risulta avere un posto fisso, né all’università né in qualunque altra struttura pubblica o privata, e dal nostro punto di vista ciò è un merito).

È solo una questione di gioia, di joyce. Vivere alle intemperie all’inizio è scomodo, ma alla fine sei più libero, la qual cosa è molto piacevole. E nella scrittura si sente, altro che se si sente.


[1] Si rimanda alla notevole lectio su Bolaño, Perché Roberto Bolaño è il più grande scrittore per il ventunesimo secolo. Anche l’autore di questo post ha contribuito con un suo intervento audiovisivo (2013) a invitare alla lettura di Bolaño (Firmamento provvisorio – Roberto Bolaño in quanto poeta morto), con un numero di visualizzazioni assai molto, molto più modesto della lectio di Lagioia. La convergenza su Bolaño sta qui a significare che sia Lagioia che l’autore di questo post hanno gioito nel leggere un medesimo autore, nella fattispecie Bolaño, e che talvolta ciò significa essere, anche se per un piccolo tratto, fratelli.

[2] Non si vuole qui biasimare nessuno, anzi va ricordato che anche il precedente direttore del Salone, Ernesto Ferrero, è stato, oltre che traduttore e autorevole curatore editoriale, anche scrittore in proprio. Ha vinto anche lui lo Strega, in costanza di carica (2000), questo va pure detto, e inoltre ha anche lui il suo talismano, il farfallino, così sabaudo e anacronistico, commuovente segno di distinzione rispetto all’anello di pietra nera, che Nicola Lagioia porta all’anulare destro, in inequivocabile attitudine borbonico-sciamanico-contemporanea. Sui talismani si gioca la guerra dell’auto-rappresentazione.

[3] Il Venerdì di Repubblica 16 ottobre 2020, Feroci a loro insaputa, di Simonetta Fiori. La testata per la quale Lagioia stesso collabora o ha collaborato.

[4] La foto che lo ritrae in una sorta di spoglio vestibolo con la parete di fondo affrescata e scrostata, seduto, in posizione dignitosa ma assente, su un divano di pelle in stile, in una luce lievemente catacombale e underground è perfetta. È il laboratorio di una icona pop, come fu D. F. Wallace. Come ogni icona, ha un tratto distintivo: Wallace aveva la bandana, Lagioia un anello di pietra nera (per esulare dalla letteratura, e verificare l’assunto su altro terreno, Che Guevara ha il sigaro, Sandro Pertini la pipa.) L’elemento magico sciamanico, il talismano, come detto alla prec. Nota 1. Lagioia può stare bene tanto in un salotto dell’upper class quanto in un tinello delle case popolari, ma altrettanto, e soprattutto, bene in una discoteca underground. Lo scrittore un po’ scienziato un po’sciamano trae dal rigore della letteratura la scienza della narrazione, mentre dalla musica rock lo sciamanesimo. Con gli occhialoni di osso nero, Lagioia somiglia a un leader di un gruppo rock anni ’80, che si è separato dal gruppo. Un rock newyorkese però, raffinato, non trucido come quello dei pub inglesi. Lagioia ha un’estetica rock diametralmente opposta a un Nick Hornby, tanto per intenderci.

[5] In questo modo si era espresso lo stesso Nicola Lagioia, in qualità di direttore del Salone di Torino 2019, riferendosi non ovviamente a se stesso, ci mancherebbe, ma agli autori invitati – da Lui – al Salone, che, a dir suo, rappresentavano il meglio del meglio delle menti letterarie e intellettuali del pianeta. Il Salone, dunque, come aeropago delle menti più eccelse del momento.

[6] Intervista di Duina Miravet, in rivista Cuadernos Hispanoamericanos, Madrid, ottobre 2000, in Bolaño. La prossima battaglia, Medusa, 2013).

La ragazza definitiva, Castelvecchi e le suore

Fiera del libro di Torino 2007. Venerdì 11 maggio, ore 20:30, Spazio autori Caligaris A. Presentazione del libro La ragazza definitiva di Gisy Scerman, Castelvecchi Editore.

L. ed io ci sediamo in postazione piuttosto arretrata, per svignarcela più agevolmente se opportuno.

Alle 20:37, presenti nove persone tra il pubblico, Alberto Castelvecchi, di nero vestito, prende il microfono e presenta la presentatrice del libro, poi l’autrice dello stesso, facendo capire subito che il vero protagonista dell’incontro è lui, Alberto Castelvecchi, l’Editore.

Ma, come vedremo, si sbaglierà. Almeno per quanto concerne me e L.

Castelvecchi apre illustrando le linee guida editoriali della omonima casa editrice: la ricerca di tutto ciò che è eccentrico, irregolare, marginale è il faro verso cui sempre ha navigato e naviga la casa editrice. La letteratura del brutto rappresenta uno degli esiti più alti di questa ricerca, la quale peraltro può vantare padri fondatori del calibro di Baudelaire e di Céline. In questo quadro si inserisce a pieno titolo Gisela, Gisy per gli amici, Scerman.

– Per introdurre la quale – dice Castelvecchi – cederei la parola a […], giornalista de Il resto del Carlino.

Qui francamente si fa fatica a rammentare quello che la giovane giornalista ha detto, se non parole come fetish, bondage, sadomaso. Temi questi di cui – assicura la presentatrice – trasuda il libro di Gisy, libro crudelissimo che non risparmia nessuno, né gli uomini né le donne ma neppure la protagonista stessa, alter ego dell’autrice.

La quale annuisce con un sorrisetto.

Non ho detto come è vestita l’autrice.

Lo dico mentre arriva il suo turno di parlare, e mentre mette subito in chiaro che le pratiche estreme descritte nel suo libro sono tutte farina del suo sacco, frutto della sua personale esperienza di modella fetish. Conoscenza diretta, insomma, e non di seconda mano.

– Questo non significa necessariamente che ancora oggi – prosegue l’autrice – io continui in quelle pratiche, tanto più che ormai è diventato trendy parlarne nei salotti borghesi, e forse anche farle…

Come è vestita Gisy?

A metà strada tra la contadinotta tirolese, di quelle che servono i boccali di birra a Monaco di Baviera, e una ragazza provocante di un college inglese. Manicotti di camicia corti, con gli svolazzi. Il massimo del fetish, evidentemente, o più esattamente, del post-fetish.

Riprende in mano il microfono Alberto Castelvecchi. Per vivacizzare un po’ la poco elettrizzata e affollata platea, ci va giù pesante.

– Senti, Gisy, tu lo sai che gira questa voce, che se una ragazza vuole pubblicare con me prima me la deve dare. Vorrei da te una pubblica smentita, proprio da te che sei una scrittrice che mi ha sedotto anche personalmente, nella mia sensibilità, nel mio gusto estetico.

Anche Castelvecchi ha una sua sensibilità, dunque.

– Non smentisco affatto, sono io che ho chiesto se potevo dartela, e tu hai accettato.

– Ma non mettere in giro queste cose, per favore…-, ribatte Alberto visibilmente compiaciuto.

– Ma dai, scherzavo, lo sanno tutti che sei gay! (pronuncia con la «e» chiusa).

Sotto i riflettori della XX edizione della Fiera del libro Castelvecchi è raggiante, un imperatore vezzeggiato dalle sue ancelle. Il protagonista assoluto.

Quando d’improvviso qualcosa interviene a strappargli il primato.

Due suore anziane e due consorelle altrettanto anziane si inseriscono dall’ala laterale destra dello spazio letterario per andarsi a sedere dall’altro lato in seconda fila.

Momento di incredulità dal palco, accentuato dalla maggiore spigliatezza con la quale gli oratori cercano platealmente di fare finta di niente.

Le suore e le consorelle sedute in seconda fila sono invece lo specchio della imperturbabilità. Le prime con il velo blu sul capo, le seconde con il capo canuto non accennano la minima mossa.

Alberto Castelvecchi mantiene il saldo controllo, e rilancia la partita.

– Dice Oscar Wilde che gli uomini parlano con le donne per andarci a letto, mentre le donne vanno a letto con gli uomini per poterci parlare. È anche il tuo parere, Gisy? Ed è vero per te che ogni maschio esplicitamente o implicitamente la chiede sempre?

Né i veli blu né le canizie sembrano fare la benché minima mossa.

Gisy risponde con alcuni gridolini e alcuni distinguo. La giornalista presentatrice, un po’ in disparte quantunque al centro del palco, cerca una qualche visibilità, e non trova di meglio che dire che lei non è così fortunata (o troia?) come Gisy, a lei non è mai capitato di essere considerata soltanto come oggetto del desiderio. E poi ritorna al libro.

– Tu scrivi (e cita la pagina) che il tuo obiettivo era sfondare senza essere sfondata… Sei ancora di questo avviso?

Colpo di scena. Mentre Gisy replica che il suo obiettivo resta comunque e sempre quello di scegliere da chi eventualmente farsi sfondare, dal lato destro del parterre sopraggiunge una anziana diacona che apostrofa, gridando sotto voce, le suore e consorelle sedute tetragone in seconda fila:

– Non è qui, vi siete sbagliate!

Come molle, le anziane religiose scattano in piedi all’unisono, e in fila indiana abbandonano la ragazza definitiva, il fetish e il sacerdote della cerimonia, Alberto Castelvecchi.

L. ed io crepiamo dal ridere, ma in fondo siamo dispiaciuti perché la presenza delle suore aveva dato brio alla noiosa conversazione fetish.

La presentazione si conclude con la lettura di quello che viene annunciato come un assaggio del contenuto hard del libro… e che si rivela una pagina – pure ben scritta, di sapore tondelliano – che parla di un certo Bepi, che è il filosofo del paese, e che in dialetto veneto dice: «Quanti vuto che savesse cosa xe un’aporia in tutto il Veneto? Puchi de sicuro: mi, Cacciari e alti du, tri» («Quanti vuoi che sappiano cos’è un’aporia in Veneto? Pochi di sicuro: io, Cacciari e altri due o tre.»)

Simpatici questi feticisti.

Riconsiderando la feccenda (sic) a freddo, L. e io abbiamo concluso che Castelvecchi e le sue ancelle hanno tradito un certo imbarazzo davanti alle suore. Le suore no (anche se le vedevamo solo di spalle). Che non si siano rese conto?

Uhm. C’è da dubitarne.

P.S. – Mi sa che ‘sta ragazza definitiva non è un brutto libro, mi dice L. il giorno dopo avendolo sfogliato allo stand Castelvecchi.